Niente più latte, gli italiani cambiano abitudini

Si riducono i consumi di latte, in flessione gli acquisti del parmigiano, in picchiata il burro e la panna. Aumenta la richiesta di yogurt, di probiotici e di formaggi freschi e molli. I costi lievitano, il settore è in crisi eppure i dati Ismea confermano che a trainare il mercato dell'agroalimentare nazionale è la filiera lattiero-casearia. Il Made in Italy fa i conti con la globalizzazione e la concorrenza straniera.
Milk in Progress riunisce per la prima volta allevatori, industria della trasformazione, veterinari, distribuzione e consumatori, affronta e chiede a gran voce garanzie di qualità e salvaguardia dei prodotti italiani.


Roma, giovedì 14 ottobre 2010 - Gli italiani consumano sempre meno latte fresco, agli ultimi posti nella classifica europea che vede inglesi, tedeschi, francesi e austriaci ai primi posti con un consumo quasi doppio. Da qualche anno i nostri connazionali preferiscono yogurt e probiotici (il 40% del mercato), formaggi freschi e molli, facili da utilizzare. La spesa media della famiglia italiana in un anno è di circa 106 euro per il latte e 243 per il formaggio.
Il Nord-Ovest e il Nord-Est consumano rispettivamente il 15% e il 7% di latte in meno rispetto alla media nazionale, il Centro e la Sardegna un 4% in più mentre il Sud si attesta a un più 15%. Riguardo ai formaggi, il Nord ne consuma il 5% in meno, il Centro l'11% in meno e il Sud un buon 17% in più rispetto alla media nazionale (dati Ismea - Nielsen).

Ai minimi storici l'acquisto del burro, reggono a fatica i DOP (come parmigiano, grana, mozzarella di bufala, gorgonzola). Il consumo procapite di latte alimentare si attesta mediamente attorno a 61 litri l'anno, il consumo dei formaggi è di circa 23 kg all'anno e quello di burro solo 3 kg, con una tendenza alla lieve flessione già registrata negli ultimi anni.
Il 60% del latte acquistato è a lunga conservazione, mentre solo il 40% è costituito da latte fresco e a media conservazione (fonte Assolatte). Il mercato risente del diverso stile di vita degli italiani che fanno sempre meno colazione a casa, scelgono di riempire la dispensa con latte a lunga conservazione, mentre i bambini preferiscono succhi di frutta e merendine e gli immigrati ovviamente hanno abitudini alimentari completamente differenti.

Le abitudini cambiano e i prezzi aumentano. Un litro di latte fresco pastorizzato Alta Qualità in bottiglia PVC da un litro costa 1,50/1,60 euro, mentre un cartone di UHT varia da 50 centesimi a 1 euro in meno. Perchè? La crisi economica mondiale ha investito anche l'agroalimentare: la competitività delle produzioni estere (Cina, India, Australia, Nuova Zelanda), la cronica non autosufficienza di latte (quasi il 40% viene importato) e il Made in Italy caseario che è scarsamente competitivo. Il rischio è perdere attrattiva e mercato nei prossimi anni.
Serve una nuova cultura al valore-filiera."In tal senso la SIVAR sta lavorando alla definizione di una moderna figura professionale, quella del veterinario aziendale che potrà - spiega Medardo Cammi, Presidente SIVAR - dare una svolta alla filiera sia in veste di consulente sanitario dell'allevatore, sia come tramite tra la stalla e i servizi di controllo ufficiali, garantendo così la salute dell'animale produttore di latte".

Nel 2009 la produzione mondiale di latte si è attestata attorno ai 512 milioni di tonnellate. Sono 6 i principali esportatori tra i quali Nuova Zelanda, UE-27, Australia e Usa. "Volubilità e oscillazione dei prezzi hanno caratterizzato il mercato internazionale negli ultimi cinque anni. Questo saliscendi ha messo a dura prova il settore agroalimentare, in particolare il comparto lattiero-caseario e gli allevatori", spiega Claudio Federici responsabile analisi di mercato Ismea."Il prezzo del latte italiano alla stalla è di 36 centesimi di euro/kg, tra i più alti d'Europa, questo significa che l'Italia non può essere competitiva con i prezzi. Quasi la metà del patrimonio bovino da latte è concentrato in un numero esiguo di allevamenti, a questo si aggiunge un'industria della trasformazione sempre più sofisticata e alla ricerca del prodotto di nicchia. Ne consegue un sistema filiera di valore ma spezzettato, fin troppo fragile per i mercati dei paesi oceanici e dell'America latina".

Altro problema non di poco conto è l'etichetta: "è troppo complessa per un consumatore scarsamente acculturato in materia di nutrizione, magari frettoloso, che non disdegna il risparmio e che nello scaffale del
supermercato si trova a dover scegliere tra cinque-sette o più tipologie di uno stesso prodotto", afferma Franca Braga di Altroconsumo. "L'etichetta ideale non c'è, potrebbe essere quella che mette il consumatore nella condizione di scegliere consapevolmente ma l'offerta eccessivamente variegata disorienta, i prezzi sono sempre più alti e tanto diversi, le informazioni sul prodotto arrivano solo se c'è uno scandalo. Sarebbe bello fare quello che chiede di più la gente: informare in modo chiaro, semplice e
trasparente".

"La crescita del Made in Italy - continua Federici - dipenderà sempre più da quanto allevatori, veterinari, industria e distribuzione sapranno confrontarsi, investire e ragionare in termini di filiera integrata. L a
strategia futura si giocherà sul fronte della comunicazione (consumatore, educazione, fiducia, percezione del prodotto, gusto, sapore) e sulla valorizzazione delle tipicità nazionali". La qualità, la sicurezza (in Italia
son ben 18 gli enti di controllo), la salute degli animali sono importanti, ma non bastano più. Milk in progress il progetto promosso da SIVAR e Pfizer Animal Health si fa promotore di questa nuova cultura: "La garanzia della salute animale di cui ci facciamo carico rappresenta un anello fondamentale della catena del valore", afferma Roberta D'Amore di Pfizer Animal Health. E Medardo Cammi, presidente SIVAR sottolinea: "I veterinari sono al servizio di una filiera economica strategica per il nostro
paese, dunque devono farsi sentire e aiutare la filiera a farsi sentire".

La filiera lattiero-casearia traina l'agroalimentare nazionale: nel 2009 ha prodotto in allevamento 5,4 miliardi di euro, nella fase di trasformazione 14,380 miliardi di euro e un ricavo dai consumi di 21 miliardi di euro. Gli allevamenti, negli ultimi cinque anni sono passati da 80.000 a 42.000 con un milione 800 mila bovine da latte. Chiudono le piccole e medie aziende con venti-quaranta capi. La produzione di latte vaccino italiano nel 2009 è stata di 10,5 milioni di tonnellate, per il 2010 dovrebbe superare i 10,6
milioni di tonnellate (dati Ismea). Lo scenario è complesso, è per questo che al convegno Milk in Progress i protagonisti della filiera tenteranno di trovare soluzioni a breve e medio termine.