S.T.O.P. alla sigaretta


A due anni dall'entrata in vigore della legge sul fumo nei locali pubblici, i medici italiani dimostrano una forte consapevolezza dei danni della sigaretta. I medici italiani, però, sollecitano armi più efficaci. Lo afferma una ricerca presentata al Congresso della European Society of Cardiology in corso a Barcellona.


Barcellona, 4 Settembre 2006 - Il fumo non è un vizio. E' una condizione medica, cronica, soggetta a ricadute e che crea dipendenza. E' così che i medici italiani, concordi con i loro colleghi di 16 Paesi, definiscono la piaga del tabagismo. Il dato emerge dalla ricerca STOP (Smoking: The Opinion of Physicians), realizzata da Pfizer su circa 3.000 medici e presentata oggi a Barcellona, nell'ambito del Congresso della European Society of Cardiology. Per l'Italia, è stato intervistato un campione di 200 medici, 100 fumatori e 100 non fumatori.

Quasi unanime il giudizio dei medici di medicina generale nel definire il fumo come il comportamento in assoluto più dannoso per la salute dei propri pazienti, come affermano 2 soggetti su 3. Se chiamati a scegliere, addirittura la metà del campione consiglierebbe la sedentarietà piuttosto che vedere il proprio paziente con una sigaretta in bocca. Non solo: più della metà degli intervistati (59%) considera il fumo come il fattore di rischio più difficile da trattare viste le diverse componenti, sia fisiche che psicologiche, di quello che, fino ad oggi, era considerato solo un mero "stile di vita".

Consapevoli, quindi, e inflessibili riguardo alla serietà del problema. Ma di fronte alla responsabilità, i medici fanno pendere il piatto della bilancia dalla parte dei pazienti. Il viaggio verso il "no smoking" dipende soprattutto dal fumatore, sostengono i 2/3 dei medici, considerandosi coinvolti in misura minore (24%) e ritenendo il Governo responsabile per l'11%. 

Da parte loro, alla domanda "Nel caso di pazienti fumatori, quante volte affronta il problema del fumo?" meno della metà degli intervistati (42%) dichiara di discuterne nel corso di ogni visita. E anche se 3 medici su 4 consigliano ai propri pazienti di smettere di fumare, solo il 15% mette a punto insieme al proprio assistito un piano di azione per liberarsi dal fumo, uno scarso 30% è in grado di indicare quante sigarette fuma il paziente e meno del 10% registra sulla sua scheda le abitudini del fumatore.

Luci ed ombre della lotta al fumo emergono anche dai trattamenti consigliati. Le percentuali parlano chiaro: i medici mettono allo stesso livello i farmaci da banco NRT (terapie sostitutive della nicotina) e le terapie alternative come l'agopuntura e la magnetoterapia (69 e 67% rispettivamente). Difficile scegliere con certezza? Ad oggi sembrerebbe di si.

Ed è lo stesso medico a lamentarsene: 9 camici bianchi su 10 accusano la mancanza di linee guida di riferimento. Il campione intervistato ritiene inoltre che, per ottenere maggiori risultati e incentivare i fumatori ad abbandonare la ?bionda?, sarebbe utile dare ampia visibilità alle percentuali di successo (84% del campione), oltre a richiedere una formazione adeguata per comunicare con i pazienti in maniera più efficace (81%) e disporre di farmaci su prescrizione che garantiscano il successo in almeno 1 paziente su 3 (88%).