Quale salute per gli italiani (1/2)
La tutela costituzionale della salute deve essere sostenuta da una strategia di valorizzazione del sistema sanitario pubblico, in grado di rendere più solida e competitiva l'economia del territorio e di interpretare e soddisfare i bisogni sempre più complessi delle persone e delle famiglie, nel contesto di una politica di promozione della salute, come bene individuale e sviluppo collettivo
di Raffaele Bonanni
Dopo un quinquennio di tensione e di contenzioso sulle competenze fra Governo e Regioni ed una campagna elettorale al color bianco occorre pre n d e re atto che le problematiche del welfare sanitario sono rimaste ai margini del confronto. Ora dovrebbe almeno aprirsi una stagione di dialogo. Il XV Congresso della Cisl ha delineato un concetto di salute come benessere psico-fisico e come qualità della vita ed ha indicato una prospettiva dinamica di welfare locale comunitario basato sul concreto esercizio del diritto alla tutela della salute come diritto di cittadinanza, concretamente esigibile e non condizionato finanziariamente. Ora, anche come effetto dell'azione sindacale, sta realizzandosi un segno di discontinuità culturale che consente di considerare il sistema sanitario non solo come un costo, ma, soprattutto, come un volano dello sviluppo e della crescita economica. Ciò dovrebbe implicare, di conseguenza, il superamento tendenziale dell' approccio economicistico, incentrato sui tagli di bilancio e sul razionamento delle prestazioni nonchè sul sotto-finanziamento del sistema, ripristinando un fondo sanitario adeguato che da un lato consenta la protezione dal rischio, lo sviluppo della coesione sociale, la crescita delle opportunità e dall'altro permetta di incentivare gli investimenti, la ricerca e la capacità di creare crescita economica. Si consideri anche il contesto del sistema complessivo in termini di valore e di peso economico che indica nella filiera della salute (industria, commercio, servizi: che produce l'11% del Pil, assorbe il 6% degli occupati, ha la più alta produzione per addetto) la terza impresa d'Italia, superata solo dal manifatturiero e, di una incollatura, da banche e assicurazioni (Ricerca della Commissione Sanità della Confindustria, 2006). Ne consegue che la tutela costituzionale della salute deve essere sostenuta da una strategia di valorizzazione del sistema sanitario pubblico, in grado di rendere più solida e competitiva l'economia del territorio e di interpretare e soddisfare i bisogni sempre più complessi delle persone e delle famiglie, nel contesto di una politica di promozione della salute, come bene individuale e sviluppo collettivo. Una sanità che si prenda cura della persona nella sua dignità e globalità. Il Servizio sanitario nazionale, istituito dalla riforma del 1978, ha assunto, sin dall'origine, tra incompletezze operative e difficoltà culturali e ideologiche, una dimensione nazionale, modificata successivamente in una struttura federale regionale con la legge costituzionale n. 3. (Titolo V Cost.) che, in forza del principio di responsabilità e della diversa distribuzione delle competenze esclusive e concorrenti, ha imposto di rimodulare il welfare.Il nuovo modello, peraltro articolato regionalmente, deve affrontare, in maniera attiva, le questioni nodali dell'universalismo e dell'uguaglianza, elaborando un'offerta di servizio che risponda ad una domanda di salute sempre più esigente, personalizzata, di qualità, superando l'antica angolazione risarcitoria. La riforma costituzionale, recentemente approvata dal Parlamento e che sarà a breve sottoposta a referendum confermativo, per il quale la Cisl è formalmente schierata per il NO, prevede, tra l'altro, la devolution, come accentuazione del frazionamento territoriale e come condizione per un processo di riaccentramento regionale, rispetto alle altre istituzioni.Va sottolineato come nel servizio sanitario, come sistema di autonomie molteplici ed a rete, al di là delle specifiche competenze, la dimensione collettiva nazionale rappresenta un valore etico di garanzia di un diritto alla salute uguale per tutti, con il concorso, in un’ottica di collaborazione sinergica, di un’ampia soggettività istituzionale ed, in particolare, del sistema delle autonomie locali. Anche il processo di programmazione deve superare l’impianto processuale riferito ad un sistema sanitario a governo centrale, organizzato con un decentramento amministrativo e funzionale su regioni e autonomie locali. Dopo la modifica del Titolo V della Costituzione l’idea politica di programmazione sanitaria deve basarsi su un regime federalistico, deve attuare un cambiamento di prospettiva, deve riproporre in termini moderni l'integrazione socio-sanitaria, deve realizzare, in concreto sul territorio i LEA ed i LIVEAS. Per questa nuova idea di pianificazione strategica nazionale, con il contributo significativo della confederalità unitaria, le Regioni e le autonomie locali debbono utilizzare la Conferenza Stato - Regioni - AA.LL. quale soggetto per affrontare le questioni sovra - regionali e la ricaduta operativa e programmatoria nelle Regioni e nei territori. Il Piano sanitario così può diventare non un libro dei sogni avulso dalla realtà, ma uno strumento di governo e di indirizzo del servizio sanitario per massimizzare l'utilità dei mezzi in connessione alla politica economica del paese. In questo senso non solo il Governo, ma anche la Conferenza Unificata, che peraltro rivendica un ruolo nazionale ed una soggettività riformatrice del welfare socio-sanitario, devono aprirsi ad un sistema di relazioni sindacali, incentrato sulla concertazione, per consentire una definizione partecipata delle scelte strategiche, superando l'autarchia delle decisioni e la tendenza a soluzioni autoreferenziali per risolve re le loro affinità dissonanti. Ma la centralità regionale di legislazione e di programmazione deve anche rappresentare il riferimento ed il coordinamento dell'intero sistema delle autonomie locali e deve rapportarsi a quell'universo di valori e di potenzialità rappresentato dalla partecipazione. La partecipazione implica la valorizzazione dell'associazionismo, del terzo settore, della società civile e del cittadino, nelle loro forme di rappresentanza, nelle quali assume un ruolo protagonista proprio il sindacato confederale di categoria e di territorio. Lo sviluppo in concreto dell'azione sindacale ha fatto emergere una nozione di partecipazione come evoluzione non solo istituzionale dell'idea di governo, dove i soggetti sindacali e sociali superano le modalità consultive e assumono una titolarità negoziale rispetto alle problematiche dell'assistenza e del diritto alla tutela della salute, diventando contraenti abilitati a concorrere alla formazione e alla sottoscrizione di contratti sociali, di intese e di piani di zona. Una recente ricerca della Cisl (Politiche familiari e potenziale sociale, 2005) suggerisce esemplificazioni di modalità organizzative della partecipazione e della programmazione concentrata all'interno di una logica di negoziazione sociale, strutturata con un laboratorio regionale e con l'istituzione di un'autorità comunitaria, radicata nel territorio di riferimento. La partecipazione conferisce anche un profilo alto alla politica, che in tal modo recupera il significato