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di Carla Collicelli
La salute è la principale preoccupazione degli italiani. Tutte le indagini degli ultimi anni la collocano infatti ai primissimi posti - quasi sempre al primo, talvolta al secondo, raramente più in basso - tra i temi che più ci stanno a cuore. Ed è un'attenzione non più limitata alle classi di età adulte e anziane, ma in estensione anche tra i giovani, i quali cominciano a condividere con i loro genitori e nonni la stessa principale paura: quella di diventare, prima o poi, non più autosufficienti. Apparentemente, dunque, una efficace risposta alla domanda di salute della popolazione sarebbe un potente strumento per costru i re il consenso intorno a un modello di società o un altro, a una proposta politica piuttosto che a una alternativa. In effetti le ricerche confermano una considerazione che già all' enunciazione appare quasi scontata: il consenso della gente è legato alla qualità dei servizi che può trovare, per così dire, "sotto casa": l'ospedale e il medico di famiglia, l'ambulatorio specialistico e l'assistenza domiciliare, le liste d'attesa, i ticket e così via. In linea teorica, dunque, basterebbe alzare la qualità dei servizi per aumentare anche il consenso. Ovviamente le cose non sono affatto così semplici e a complicarle c'è anche la constatazione che d i venta sempre più difficile trova re le risorse economiche sufficienti per rispondere adeguatamente a una domanda di salute ogni giorno più avanzata e complessa. Ormai è cognizione comune che la popolazione italiana è tra le più anziane al mondo, continua a invecchiare e ha un' aspettativa di vita alla nascita tra le più elevate. Oltre a darci qualche rassicurazione, tutto ciò comporta però qualche problema . Per esempio, l'incidenza sempre maggiore di patologie croniche e invalidanti che naturalmente si fanno più frequenti nelle età avanzate e i cui costi sono perciò sempre più alti. Questo innalzamento dei costi in relazione alle dinamiche socio-demografiche e tecnico-scientifiche (la ricerca ha anch'essa costi sempre maggiori) non è tuttavia il solo problema da risolvere in una prospettiva dinamica di welfare, ammesso che si voglia in qualche modo conservare un assetto di Stato sociale. E, naturalmente, non è l'unico problema per chi ne vuole fare uno strumento di consenso. In questa ottica la limitatezza delle risorse, infatti, obbliga a operare scelte che tendenzialmente bisognerebbe "confezionare" a misura delle necessità e dei desideri di chi è destinatario dei servizi e che, prima o poi, sarà chiamato a giudicarli. Il fatto è, però, che queste necessità e, soprattutto, i desideri non sono affatto così chiari e scontati nemmeno per chi li esprime. Le ricerche registrano che una larga parte degli italiani ha un atteggiamento non facilmente decifrabile: da un lato si mostrano teoricamente disponibili ad accettare nuove forme e modelli di assistenza, ma d a l l'altra parte non riescono a "riformulare" in maniera nuova ruoli e funzioni dei loro punti di riferimento tradizionali, cioè soprattutto l'ospedale e il medico di famiglia. Stando ad alcuni risultati del Monitor 2006 realizzato dal Forum per la ricerca biomedica e dal Censis, che è stato presentato poche settimane fa, gli italiani desidererebbero una sanità del futuro più flessibile, fatta di servizi territoriali rivolti alla persona, che sarebbero da finanziare (in particol a re quelli per i non autosufficienti) con un Fondo apposito, da creare con una quota della spesa sanitaria pubblica. Tuttavia, quando si prospetta loro di utilizzare a questo scopo una parte dei soldi oggi destinati agli ospedali si oppongono, diventano più conservatori e preferiscono tenersi la sanità esattamente così com'è adesso. D'altra parte basta ricordare le numerose e forti proteste che, negli anni passati e in aree diverse del Paese, ci sono state quando qualcuno ha tentato di chiudere i cosiddetti "piccoli ospedali", molto onerosi per i bilanci pubblici e talvolta considerati persino pericolosi. Insomma gli italiani, almeno nella grande maggioranza, esprimono inconsapevolmente un conflitto tra il desiderio di innovazione e l'attaccamento all'esistente che hanno paura di perdere e che difendono talvolta in maniera viscerale. Avrebbero voglia di cambiare, ma hanno anche timore dei cambiamenti, come se questi potessero portargli via quello che hanno senza lasciare nulla in cambio. Un rebus di ardua soluzione, che però è indispensabile risolvere. Di sicuro, per esempio, sare b b e necessario un ulteriore grande sforzo di individuazione e riduzione delle diseconomie, degli sprechi e delle inefficienze che ancora ci sono all'interno del sistema, da realizzare attraverso una costante opera di concertazione e di confronto, che porti a soluzioni condivise con le popolazioni alle quali queste sono destinate. In oltre ci vorrebbe il coraggio di affrontare questioni difficili come gli squilibri esistenti sia su base geografica sia interni al sistema, come per esempio quello tra ospedale e territorio, ancora a sfavo re di quest' ultimo. Nello stesso tempo è piuttosto ingenuo pensare che possano bastare le sole risorse pubbliche o aiuti come per esempio quelli, pur preziosi, delle badanti. Bisognerà perciò trova re nuov i m ezzi - non solo economici - e nuovi soggetti di finanziamento del sistema, dal volontariato all' associazionismo, dalle assicurazioni alle banche, perc h è le Istituzioni da sole non ce la possono più fare. Tutto ciò andrà fatto tenendo presente che la gente vorrebbe - anche questo ce lo dicono le indagini - una garanzia di livello nazionale sulla qualità dei servizi e delle prestazioni: sì, quindi, al federalismo sanitario, ma con un adeguato controllo centrale. L'importante, in ogni caso, è mettersi dalla parte dei cittadini: solo così si potrà trovare la strada per una sanità sostenibile e costruire pazientemente il consenso intorno a essa.