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Professor Moroni, che progressi ha fatto la ricerca negli ultimi anni?
Se pensiamo anche solo alla situazione di 10 anni fa, non possiamo che compiacerci dei risultati della ricerca farmaceutica in questo campo. Nell'arco di un decennio siamo passati da avere un'infezione mortale nel 100 per cento dei casi, a una mortalità inferiore al 10 per cento, simile a quella della polmonite. L'HIV non è più una condanna ineluttabile, tuttavia i problemi che rimangono da affrontare sono ancora molti. Il primo è legato al fatto che la terapia non eradica la malattia, ma la cronicizza.
Oggi abbiamo a nostra disposizione molte molecole, ma tutte appartenenti a un numero limitato di classi. A queste in futuro, fortunatamente, se ne aggiungeranno altre tre: gli inibitori dell'ingresso, come maraviroc, quelli della maturazione e quelli dell'integrasi.
I nuovi farmaci per quali pazienti sono indicati?
I pazienti si possono dividere in due grandi categorie: i naive, che devono iniziare il trattamento, e i pluritrattati, che presentano ceppi di virus resistenti ai farmaci. Se usiamo bene le molecole che abbiamo a disposizione nei pazienti naive, avremo minori probabilità di selezionare virus mutanti. In altre parole, avremmo delle prospettive di cura molto migliori. Per i pluritrattati, invece, le prospettive di una buona qualità di vita sono legate all'impiego di farmaci innovativi. A differenza di altre patologie croniche, per esempio il diabete, nel caso dell'HIV siamo in presenza di un'infezione con virus estremamente variabile, che sviluppa inevitabilmente delle resistenze.
La qualità di vita dei pazienti sieropositivi è fortemente compromessa dagli effetti collaterali dei farmaci. Ci sono delle novità in questo campo?
Purtroppo, la qualità di vita dei pazienti sieropositivi può essere fortemente compromessa dagli effetti collaterali dei farmaci. Quelli usati per la terapia antiretrovirale agiscono su enzimi, che sono usati anche dal metabolismo fisiologico delle cellule. È evidente, quindi, che il loro utilizzo porti a dei problemi di tossicità. Ora, a distanza di anni dalla loro introduzione, possiamo dire che questi problemi, sebbene siano molto disabilitanti dal punto di vista della qualità di vita, dal punto di vista clinico sono meno gravi di quanto temevamo. Nausea, dolori addominali, diarrea, inappetenza, sono fra i più comuni. Ci sono poi altre manifestazioni che preoccupano di più anche a livello clinico, perchè sono scatenati da tossicità mitocondriale: neuropatia, lipodistrofia, lipoatrofia, aumento dei trigliceridi, aumento dell'insulino-resistenza. Fino all'osteopenia, l'osteroporosi e ai danni renali. Avere più classi di farmaci a disposizione, però, permette di bilanciare la terapia in modo da contenere questi effetti.
In che modo maraviroc può contribuire a questo scopo?
Maraviroc rappresenta un'arma in più perchè appartiene a una nuova classe: il suo meccanismo è innocuo perchè riproduce quello presente nelle persone che esprimono una mutazione del recettore CCR5, chiamata Delta32. Si tratta di persone fisiologicamente prive del recettore, che non sembrano però presentare conseguenze per questo motivo. Sembra, quindi, che questa "porta" di accesso del virus si possa bloccare senza causare danni all'organismo. In più maraviroc è facile da assumere, per bocca, ed è sinergico nel senso che può essere prescritto con approccio ampio e differenziato, in associazione a diversi farmaci che bloccano la replicazione virale.