Nelle donne l'incidenza dei tumori maligni e la loro mortalità sono in crescita, al contrario di quanto accade negli uomini, tra i quali sono invece in diminuzione. A fotografare questa situazione è il Rapporto sui tumori in Italia 2005, in base al quale anche la pre valenza delle neoplasie risulta maggiore nelle donne: 2,5 per cento contro il 2 per cento dei maschi. In questo quadro il cancro al seno risulta essere la prima causa di morte tra le italiane fra i 35 e i 44 anni e la seconda in assoluto tra i tumori. Colpisce ogni anno 33 mila donne che si vanno ad aggiungere a quelle già colpite in precedenza (un tumore femminile su quattro, cioè circa 32 mila, è localizzato al seno). Non è un caso, perciò, se in questa legislatura la Commissione Sanità del Senato ha voluto avviare un' indagine conoscitiva su una patologia con la quale oggi in Italia hanno a che fare ben 300 mila donne. Proprio questa indagine - che ho avuto l'onore di coordinare in qualità di relatrice e che si è conclusa la scorsa estate dopo oltre un anno di lavo ro - ha tuttavia evidenziato come da tempo si stia registrando un sensibile miglioramento della sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi; nel nostro Paese, per di più, la sopravvivenza risulta superiore rispetto a quella media europea (81 su cento contro 77). È ovvio che non basta. Pertanto, la stessa indagine ha avuto anche lo scopo di individuare alcune priorità di intervento , che sono state illustrate nel documento conclusivo. Innanzitutto servono più investimenti nella ric e rca scientifica. Il più recente studio della Commissione europea sui finanziamenti alla ricerca sul cancro vede l' Italia quinta, con 70 milioni di euro nel 2003, contro i circa 350 della Gran Bretagna, al primo posto. Dobbiamo fare uno sforzo maggiore. In secondo luogo è necessario rimuovere le cause del tumore attraverso un'opera costante e mirata di pre venzione. Se nulla possiamo fare per arrestare l'invecchiamento, possiamo però intervenire sugli stili di vita. Ad esempio per incentiva re l'allattamento al seno e per contrastare l'obesità e il tabagismo. Sebbene non vi siano prove scientifiche - ma numerosi indizi sì - del nesso diretto tra abitudine al fumo e cancro alla mammella, vale tuttavia la pena di ricordare almeno qualche dato allarmante su un fenomeno sul quale l'indagine del Senato si è soffermata. Ebbene, le fumatrici italiane sono oggi oltre 5 milioni e si calcola che nel volgere di pochi anni cre s c eranno a 6 milioni, con un andamento in controtendenza rispetto alla popolazione maschile; gli adolescenti maschi che fumano sono circa il 22 per centro, mentre le adolescenti femmine sono il 28 per cento; e se la prima sigaretta viene accesa mediamente intorno ai 13 anni, ben 6 o 7 ragazzine su 10 la accendono ancora prima, a 12 anni. Sono cifre che ci portano alla terza priorità: rafforzare l'impegno per la diagnosi precoce. La scienza ha dimostrato che questo è l'intervento più efficace ai fini della guarigione. Screening di massa e di qualità hanno un'importanza strategica perchè p roprio grazie a essi è possibile non solo diminuire la mortalità (del 30 per cento nelle donne tra i 50 e i 70 anni) ma anche ridurre l'invasività degli interventi. Negli anni scorsi le Autorità sanitarie hanno già intrapreso numerose iniziative in tal senso, ma vi sono ancora importanti nodi da sciogliere: un'ancora difficile integrazione tra pubblico, privato e privato sociale, per esempio, oppure l'eccessivo divario tra diverse situazioni locali; basti pensare che a livello nazionale mediamente una donna su due aderisce ai programmi di screening, ma con percentuali che superano il 46 per cento al Centro e il 58 per cento al Nord, mentre il Sud è ancora fermo a uno sconfortante 6 per cento. Va sottolineato come sia ormai diffusa in tutta Eu ropa la riflessione sui programmi di screening. Così come erano stati concepiti negli anni 70. Credo che anche in Italia sia urgente aprire questa riflessione. Un quarto intervento prioritario è quello del miglioramento delle cure. La ricerca scientifica continua a dare i suoi frutti e la scuola medica italiana ha fornito importanti contributi in questo campo. Tuttavia, dall'indagine è emersa la necessità sia di un miglior coordinamento tra i centri di cura, pubblici e privati, sia di stabilire requisiti minimi e controlli di qualità delle strutture, i centri devono curare almeno 150 casi l'anno di tumore al seno ( il numero minimo per poter essere definiti "centro di senologia" secondo la raccomandazione del Parlamento europeo). Quinto elemento è quello che potrebbe essere definito "qualità della vita". Sotto questo aspetto sono emerse due aree critiche: l'insufficiente disponibilità delle procedure di chirurgia plastica e ricostruttiva e la inadeguata distribuzione dei servizi di riabilitazione per il benessere psico-fisico delle donne alle quali è stato diagnosticato e curato un tumore al seno. È indispensabile porre rimedio a entrambe. Infine, l'ultima priorità riguarda il lavoro. Grazie alle nuove tecniche sono sempre più numerose le donne che dopo l'intervento tornano alla vita normale, familiare e lavorativa. Bisognerà quindi sensibilizzare le aziende pubbliche e private affinchè rendano possibile il part-time su richiesta del dipendente a seguito di una patologia oncologica e recepiscano l'importanza di investire su persone che sicuramente hanno esperienze da poter mettere a loro disposizione. Queste le priorità. Ma l'indagine del Senato ha permesso di individuare e proporre anche una serie di obiettivi concreti raggiungibili nei prossimi cinque anni. Tra questi appare di particolare import a nza e attualità quello di reperire fondi - dei quali si lamenta sempre la scarsità, specie in tempi di Finanziaria - attraverso la revisione di procedure e pratiche clinico-diagnostiche ormai superate. Ciò consentirebbe di liberare risorse a favore di interventi più moderni ed efficaci. Le donne, senza ombra di dubbio, se lo meritano.