Salute, un bisogno monetabile?
Si è probabilmente completato il lungo passaggio della sanità da intervento pubblico a consumo privato, pur se resta comunque un fondo serio di ancoraggio del bisogno sanitario alla sicurezza di un presidio collettivo e pubblico
di Giuseppe De RitaMolti anni fa, quaranta per la precisione, tutti noi che volevamo un serio impegno pubblico sui bisogni sociali ci trovammo di fronte alla opportunità di dare "senso filosofico", o più banalmente significato socioeconomico, al nascente Welfare State ed ai suoi d i versi settori sociali (scuola, sanità, previdenza, assistenza). E ci sembrò in proposito molto intelligente la distinzione fra "bisogni monetabili", quindi da affidare alla dinamica dei consumi privati (di una lavapiatti come di un vestito), e "bisogni non monetabili", da affidare alla sfera dei consumi pubblici, fuori dal mercato perchè solo lo Stato può dare servizi; non proprio a carico e non a carico dei singoli cittadini. Ci piacque tanto, quella distinzione, che riuscimmo a farne la colonna dei più importanti testi di programmazione dell'inizio degli anni '60 (dalla "nota aggiuntiva" di La Malfa al Rapporto Saraceno al primo piano quinquennale dei Ministri del Bilancio Giolitti e Pieraccini); ed essa in più piacque un po' a tutti, cosicchè "il sociale" come consumo pubblico "non monetabile" divenne da allora la giustificazione, più o meno ex-post, di ogni intervento statale sui vari bisogni sociali. Ma purtroppo nel tempo non c'è stata verifica intellettuale di quell'antica opzione e così le cose sono rimaste su quella statuizione, diventata ormai stanca ideologia di uso comune. La realtà invece è andata lentamente cambiando. Non sfugge a nessuno la crescente e sia pur parziale monetabilità dei consumi sociali: basta vedere nell'istruzione lo sviluppo delle scuole e delle università private in Italia ed all'estero, dei master e dei corsi di specializzazione a pagamento; basta pensare nella previdenza all'espansione lenta ma massiccia delle polizze integrative di pensione, delle polizze sanitarie, oggi addirittura delle polizze per l'eventuale periodo di non-autosufficienza; basta pensare per l'assistenza a quanto ormai giochino le badanti a vario prez zo. Ma è soprattutto nella sanità che i bisogni tendono ad una soddisfazione privatisticamente "monetata". Oltre al già citato caso delle assicurazioni sanitarie private, vanno ricordate la tendenza ad usare la clinica privata; la tendenza allo sviluppo della privata spesa farmaceutica; la tendenza a moltiplicare, anche con aggravi di spesa privata, le visite specialistiche; la tendenza a spender soldi (con grande fiducia "olistica") nelle terapie alternative; la tendenza alla proliferazione di utenti delle più diverse psicoterapie; la tendenza a sviluppare privata attenzione alla prevenzione, alla dieta, alla wellness. Se guardiamo ai ritmi di espansione da un lato della spesa pubblica e dall'altro della spesa privata in sanità, ci accorgiamo che sulla propria salute si spendono tanti e tanti soldi. Ed in effetti nessuno, credo, potrebbe sostenere oggi che il proprio bisogno di salute sia non monetabile (tranne il ricovero d'urgenza e l'intervento chirurgico più complesso e più costoso). A confermare questo orientamento collettivo sta il fatto che negli ultimi cinque anni la spesa privata per i consumi sanitari (psicoterapia e wellness incluse) è stata seconda solo all'acquisto di telefonini e di servizi telefonici, ed è tutto dire, vista l'entusiastica cavalcata degli italiani nelle praterie della telefonia mobile. E non è neppure secondario il fatto che ormai si parli di "consumi sanitari", recependo la logica di 40 anni fa per cui i bisogni monetabili divent a vano consumi privati. Si è probabilmente completato il lungo passaggio della sanità da intervento pubblico a consumo privato, pur se resta comunque un fondo serio di ancoraggio del bisogno sanitario alla sicurezza di un presidio collettivo e pubblico. Da dove viene questo passaggio lento, ma inesorabile? Per molti anni si è ritenuto con troppa facilità che esso denotasse una supplenza delle carenze del sistema sanitario pubblico; con l'andar del tempo ci si è resi conto che la monetarizzazione del bisogno sanitario aveva radici meno banali e si è capito che il passaggio ruota sulla crescente dimensione di soggettività che caratterizza oggi la società italiana. Se tutto diventa campo di soggettività (gli studi personalizzati, il lavoro individuale, l'impresa come espressione del rischio individuale, il tempo libero gestito individualmente, la stessa esperienza religiosa più o meno emozionale ecc.) il bisogno sanitario ha un record di soggettività. Giuoca in questo la coscienza dell'unicità del rapporto con il proprio corpo (il corpo è mio, la malattia è mia, il dolore è mio, la speranza di guarire è mia, tutto in me è psicosomatico ecc.); giuoca il fatto che la paura di stare male è ai primissimi posti nella classifica delle "paure degli italiani" (molto più ormai della guerra, del terrorismo , della criminalità ecc.); e giuoca anche, sarebbe ipocrita negarlo, una induzione psicologica da parte dell'offerta, che vede protagonisti sempre più votati (facciano industrialmente un farmaco per i capelli o per la virilità o si muovano sul tam-tam orale di straordinari artigiani della pranoterapia e della welness) a convincere i singoli della bontà di trattamenti calibrati sui problemi, sulle fragilità, sui desideri dei singoli individui. Chi mi ha seguito in questa bre ve riflessione troverà nei suoi vari passaggi motivi di dubbio e di diffidenza. Ma quali che ne siano le radici culturali (anch'io, ad esempio non sono un innamorato perso della soggettività, nelle università come nelle chiese) devo comunque richiamare tutti ad una banale verità: i processi di cambiamento che ho riassunto saranno discutibili, ma avvengono. E con forza non arginabile.