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Un'assistenza sanitaria "circolare"

...il sistema dovrebbe essere, per così dire,"circolare", con uncontinuo scambio tra i diversi settori e servizi che devono seguire la persona malata lungo tutto il suo percorso di cura


di Maria Elisabetta Alberti Casellati

Bisogni crescenti a fronte di risorse non illimitate. È questa la difficile situazione alla quale si trovano a far fronte i sistemi sanitari dei Paesi avanzati, tra i quali, ovviamente, c'è anche il nostro. La durata della nostra vita si è allungata - e di molto - nell'ultimo mez zo secolo e dobbiamo naturalmente esserne contenti. Ma ciò comporta inevitabilmente anche una serie di problemi che prima non ave vamo e che oggi non possiamo ignorare, dall' aumento delle patologie croniche e invalidanti alla necessità di trova re risposte, strumenti diagnostici e rimedi, sempre più efficaci. Tutto questo ha costi semp re maggiori per i singoli e per la collettività, con riflessi d'ordine etico tutt'altro che trascurabili. È chiaro quindi che diventa cruciale la questione di come dare risposte appropriate alla domanda di salute dei cittadini coniugandole con la corretta utilizzazione delle risorse economiche disponibili. Anche perchè è ormai tramontato, ovunque nel mondo, il sogno di poter dare tutto a tutti. Personalmente sostengo da sempre che la nostra sanità è formata da professionalità eccellenti che però talvolta non riescono a esprimersi compiutamente a causa del sistema all'interno del quale operano. Un sistema a mio parere troppo rigido, stru tturato in "compartimenti stagni" che non comunicano tra loro se non con grande difficoltà. Mi riferisco, per esempio, all'assistenza territoriale e a quella ospedaliera che hanno "storicamente" incontrato forti resistenze nell'integrarsi l'un l'altra. A mio parere, invece, il sistema dovrebbe essere, per così dire, "circolare", con un continuo scambio tra i diversi settori e servizi che devono seguire la persona malata lungo tutto il suo percorso di cura. Purtroppo oggi non è ancora così o comunque non lo è a sufficienza: una parcellizzazione eccessiva e una mancanza di interazione non permettono alle professionalità di esprimersi come dovrebbero e perciò di prendersi cura del malato come potrebbero. Il sistema sanitario ha dunque bisogno di una sorta di "ristrutturazione" che a mio parere dovrebbe passare attraverso tre elementi essenziali, peraltro già in via di realizzazione. Uno è la grande riforma del federalismo che, nella sanità, si traduce nel dare a ciascun cittadino il servizio del quale ha bisogno. Cosa ave vamo infatti finora? Un servizio indipendente dalla domanda, uguale per tutti, uniforme sul territorio nazionale. Ma il territorio è vario, le Regioni non sono tutte uguali e ciascuna esprime i suoi bisogni. Perciò la vera eguaglianza e la vera equità non sono dare servizi uguali a tutti bensì dare a ciascuno ciò che gli serve. Quando dicono che con il federalismo si darà vita a venti servizi sanitari, in fondo è vero, nel senso che questi servizi saranno l'espressione delle esigenze dei diversi territori. Naturalmente, ciò dovrà avvenire all'interno di una "cornice" sovra regionale, cioè di un Servizio sanitario nazionale al quale spetterà di indicare gli indirizzi generali di politica sanitaria, di coordinare laddove necessario e di controllare che gli obiettivi indicati vengano perseguiti e raggiunti. Il secondo punto è la medicina del territorio. È recente la firma della Convenzione, cioè dell'accordo di lavoro, tra il Servizio sanitario e i medici di medicina generale. È un accordo che ritengo contenga num e rose e significative innovazioni proprio in considerazione del mutato quadro socio-economico del nos t ro Paese. Tanto per fare un esempio, la possibilità che il cittadino abbia la garanzia di un'assistenza territoriale nell' a rco delle 24 ore grazie anche alle equipe dei medici di famiglia (previste appunto dall'accordo) è certamente un importante passo avanti verso la re a l e integrazione tra ospedale e territorio. Certamente questo non basta. Non è sufficiente infatti la "copertura" assistenziale per 24 ore del medico di medicina generale, ma occorre che questo medico possa seguire il paziente anche nella struttura ospedaliera. È una questione non nuova, che ha incontrato difficoltà per realizzarsi nel passato, ma alla cui definitiva soluzione credo possiamo guardare con fiducia proprio alla luce dell'accordo siglato tra parte pubblica e medici di famiglia. C'è poi il terzo punto: l'assistenza ospedaliera. È vero che la trattativa per il rinnovo del contratto con i medici ospedalieri si sta rivelando più difficile di quanto sia stata quella con i medici di medicina generale. Tuttavia confidiamo che anche questa ve rtenza possa concludersi al più presto in una maniera soddisfacente per tutti, soprattutto per i cittadini. Oltre all'accordo di lavoro, per i medici ospedalieri è in arrivo anche un prov vedimento di legge - attualmente in discussione in Parlamento - che ne valorizza il ruolo all'interno degli ospedali, riequilibrando le competenze gestionali di quelle aziende. Accanto al direttore generale che conserverà la responsabilità degli aspetti amministrativi vi sarà, infatti, un medico coordinatore clinico che avrà il compito di "governare" la qualità e l'appropriatezza dei servizi. Sarà una figura, insomma, che integrerà il direttore generale e sarà portatrice di una maggiore responsabilizzazione dei medici nel funzionamento degli ospedali. Non avremo più medici marginalizzati, esclusi dalle responsabilità gestionali e perciò alla lunga demotivati, ma medici che tornano al centro dell'organizzazione del sistema, corresponsabilizzati nella gestione dell'azienda sanitaria e rimotivati professionalmente per se stessi e nel rapporto con il paziente. Se davvero questo quadro riuscirà a ricomporsi come noi auspichiamo, se saremo capaci di valorizzare le professionalità e di impiegare al meglio le risorse economiche che abbiamo, se saremo in grado di utilizzare convenientemente gli strumenti che il pro g resso tecnologico ci mette a disposizione, allora sì che riusciremo a mettere il cliente al centro del sistema. È una sfida che questo Governo ha raccolto fin dal suo insediamento e sulla quale ha fortemente scommesso se è vero, come è, che abbiamo investito nel servizio sanitario pubblico ben più di quanto abbiano fatto i Governi precedenti, portando quasi al livello medio europeo la percentuale di Prodotto interno lordo investita nella sanità pubblica. Con buona pace di chi ci accusava di voler affossare il Servizio sanitario nazionale.




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