Il diritto costituzionale alla tutela della salute nella dinamica della riforma federalista dello Stato
Ecco perchè la devoluzione organizzativa darà l'opportunità a ciascuna Regione di rispondere meglio alle proprie necessità e, perciò, di perseguire con maggior efficacia l'obiettivo della tutela del diritto alla salute per tutti
di Roberto Calderoli Lo scorso 14 ottobre è stato un grande giorno per il Paese. La Camera dei deputati ha infatti approvato in prima lettura la riforma in senso federale della Carta Costituzionale italiana. Un obiettivo che in questi anni abbiamo perseguito con grande costanza e senza risparmio di energie. Certamente è stato un cammino lungo e difficile, un cammino che non si è ancora concluso, ma che speriamo - anzi, siamo certi - di poter completare nella maniera migliore nei prossimi mesi. Allora, quando cioè il traguardo verrà raggiunto, sarà davvero un momento storico per la Repubblica italiana che finalmente avrà una nuova Carta Costituzionale, più flessibile, più snella, più "fresca" e moderna rispetto a quella attuale, inesorabilmente datata. Non sono mancati e tuttora non mancano, soprattutto nell'opposizione politico-parlamentare, i timori che questa riforma possa nascondere pericoli di chissà quale devastazione istituzionale del Paese e di un definitivo allentamento dei legami che lo tengono ancora insieme nonostante le sue palesi disomogeneità geografiche, economiche, culturali. Naturalmente siamo convinti che non sarà affatto così. Anzi, al contrario la devoluzione di talune, importanti competenze e dei relativi "poteri" dallo Stato alle Regioni permetterà di controllare con maggiore flessibilità ed efficacia meccanismi che altrimenti rischierebbero di frantumare il Paese. Il caso della sanità - una tra le materie che dalla riforma federalista viene più fortemente affidata alle Regioni - può essere emblematico. In questo campo l'autonomia regionale è già piuttosto ampia, ma coloro che avversano la riforma costituzionale in itinere ripetono frequenti ammonimenti sul rischio che si possa dare vita e legittimazione a tante "repubbliche sanitarie" quante sono le Regioni e le Province autonome. A sua volta, aggiungono i critici, ciò provocherebbe una serie di squilibri e iniquità nell'erogazione dei servizi sanitari ai cittadini delle diverse aree del Paese e pertanto un vulnus al diritto costituzionale alla tutela della salute. Ebbene, mi chiedo se davvero costoro abbiano fatto una riflessione - appena un po' attenta - sulla situazione attuale. Ma davvero credono che oggi il Se rvizio sanitario nazionale assicuri a tutti gli italiani in eguale misura l'esigibilità del diritto sancito dall'articolo 32 della Costituzione? Davvero ritengono che il sistema sia equo? A noi pare proprio di no. Non solo ci sono vistose differenze tra aree diverse del Paese, tra una Regione e un'altra, ma persino all'interno delle stesse Regioni tra un'Azienda sanitaria e un'altra! È oggi che esistono Regioni di "serie A,B,C o D" nell' erogazione dell'assistenza sanitaria (e non solo) e già oggi, proprio per questo, esistono cittadini di "serie A,B,C o D" in relazione al luogo dove vivono. Non basta certo enunciare il principio per garantirne l'applicazione concreta. E non basta decretare l' esistenza di un Se rvizio sanitario nazionale per assicurare la tutela della salute a tutti. La riforma costituzionale non solo non determinerà disparità maggiori tra cittadini ma anzi avvierà un processo di livellamento verso l'alto della qualità dei servizi ai quali essi potranno accedere. E assicurerà pertanto una sempre maggiore equità e una più forte adesione al dettato costituzionale. Con questa riforma, infatti, viene praticamente completata la devoluzione alle Regioni dell'organizzazione dei servizi sanitari, lasciando però allo Stato la prerogativa di fissarne gli indirizzi di carattere generale e i Livelli essenziali di assistenza (i Lea) che dovranno essere garantiti a tutti. In tal modo si affida quindi la responsabilità di rispondere ai bisogni del territorio e dei cittadini proprio a chi dovrebbe meglio conoscerli e interpretarli. Com'è giusto che sia, d'altronde, visto che lo Stato centrale non è in grado di farlo. A questo proposito c'è un esempio che mi piace ripetere; un esempio recente e drammatico, ma in evoluzione positiva proprio grazie alla "sensibilità" che in questo caso gli amministratori locali hanno dimostrato rispetto alle esigenze del loro territorio: lo scorso marzo solo il tempestivo intervento all'ospedale di Cittiglio permise di salva re la vita al ministro Umberto Bossi. Beh, quell'ospedale non doveva esserci perchè, in base alla normativa dello Stato centrale, era troppo piccolo e doveva essere chiuso! L'esempio dimostra chiaramente che chi si trova sul territorio ne conosce meglio la situazione, gli eventuali problemi e le possibili soluzioni. Ecco perchè la devoluzione organizzativa darà l'opportunità a ciascuna Regione di rispondere meglio alle proprie necessità e, perciò, di perseguire con maggior efficacia l'obiettivo della tutela del diritto alla salute per tutti. Oltretutto questa devoluzione di competenze e di poteri non potrà non comportare un'effettiva responsabilizzazione degli amministratori. Questi ultimi, infatti, avranno tutti gli strumenti (compreso quello finanziario) per "modellare" i servizi sulle caratteristiche del loro territorio in relazione agli indirizzi indicati a livello nazionale e ai Lea. Ciò significa che saranno essi stessi pienamente responsabili delle scelte che faranno e non potranno dare ad altri (lo Stato, per esempio) la colpa delle loro eventuali mancanze. Tutto questo, dunque, concorrerà anche a ridurre gli sprechi e a massimizzare l'uso delle risorse sia umane che economiche. Così, finalmente, i cittadini potranno valutare direttamente l'operato di chi li amministrerà e decidere se lo avrà fatto bene oppure no. E decideranno chi premiare e chi punire quando si recheranno alle urne per votare...