La Sanità nella dinamica delle riforme Istituzionali
Invece l'unica, vera soluzione sarebbe quella di capire che la salute è un investimento per l'intera società, proprio come correttamente dice la nostra Costituzione
di Giuseppe FioroniLa nostra Carta costituzionale - quella tuttora vigente, almeno - con il suo articolo 32 garantisce a ogni cittadino il diritto alla tutela della salute, a prescindere non solo dal reddito ma anche dal luogo di residenza. È una norma di grande saggezza oltre che di grande civiltà, che dà la misura della lungimiranza di coloro che la scrissero: essi compresero, tra le altre cose, quanto importante fosse, per la collettività, la salute di ciascun suo componente. Purtroppo oggi, con le riforme istituzionali initinere volute dall'attuale maggioranza, questa norma è messa fortemente in pregiudicato da un progetto devastante che rischia di dilaniare il tessuto del nostro Paese. La questione della dicotomia tra Stato centrale e Territorio è infatti posta in maniera del tutto inappropriata e non esiste, come invece qualcuno cerca di millantare, una "doppia verità", cioè quella dello Stato centrale e quella delle autonomie territoriali (Regioni, Province, Comuni ecc.), quasi come se l'una fosse in contrasto con l'altra. Non è così: questa ipotetica ripartizione/ contrapposizione non ha senso e, se c'è, è artefatta, determinata proprio da chi ha a cuore gli interessi di una parte invece che quelli generali, della collettività. Ciò che realmente conta infatti è la garanzia che i cittadini - tutti i cittadini - possano esigere un diritto che a loro deve essere comunque assicurato perchè è un diritto costituzionale. E questo lo può fare solo lo Stato, inteso come un unicum formato dalle sue diverse articolazioni, comprese appunto le Regioni, le Province, i Comuni, ciascuna nella sua autonomia. È vero che quello della tutela della salute è un diritto non facile da esigere da parte dei cittadini, viste le storiche disparità territoriali che ancora resistono e che, anzichè ridursi, rischiano di essere ancor più accentuate dal progetto di riforma istituzionale all'esame del Parlamento. Già oggi, infatti, sono sotto gli occhi di tutti le difficoltà che, seppure con accentuazioni diverse nei diversi territori, si incontrano ovunque per reperire le risorse necessarie a rispettare il dettato costituzionale (almeno laddove lo si voglia ancora rispettare!). Alla fine del percorso parlamentare della riforma - se ci si arriverà - già si intravede, come è stato più volte sottolineato, un'Italia ad almeno "venti velocità", cioè tante quante sono le Regioni. Ecco perchè, piuttosto che devolvere in toto alle Regioni la competenza in materia sanitaria, sarebbe ben più auspicabile che si desse finalmente attuazione completa e corretta alla riforma del Titolo V della Costituzione approvata nella scorsa legislatura, in una equilibrata assegnazione delle competenze dallo Stato fino ai Comuni, i quali, per inciso, sono quelli che ovviamente hanno il contatto più diretto con i cittadini e con i bisogni che essi esprimono. Proprio per questo alle Autonomie locali andrebbero riconosciute competenze e risorse proporzionali alle responsabilità delle quali sono state caricate. Per quanto riguarda la sanità in particolare, non si tratta certo di "contrabbandare" un demagogico "tutto a tutti" dietro l'alibi istituzionale - chi se lo può più permettere? - ma di dare ciò che è appropriato a chi ne ha bisogno. Come? Certamente i Lea, i Livelli essenziali di assistenza, costituiscono un utile strumento a questo scopo. Tuttavia è impensabile che possano funzionare in assenza di risorse economiche adeguate. Altrettanto indispensabile, d'altronde, è individuare un meccanismo di riparto dei fondi che sia efficace e allo stesso tempo equo. In ogni caso, l'appropriatezza delle prestazioni (e pertanto della destinazione delle risorse) và perseguita insieme con l'uniformità delle prestazioni stesse sul territorio e del loro livello qualitativo. Il meccanismo corretto è proprio nel modello che ave vamo attivato nella scorsa legislatura individuando e adottando, per esempio, i percorsi diagnostico- terapeutici più efficaci ed equilibrati e avviando un'opera di responsabilizzazione dell'uso delle risorse sia da parte dei medici sia da parte dei cittadini. Il pericolo, oggi, è che l'ipotizzata riforma costituzionale possa bloccare l'attuazione del decreto legislativo 229/99 e, di conseguenza, quel processo, rimettendo in discussione l'universalità di quel Servizio sanitario nazionale che molti all'estero ci invidiano nonostante i correttivi dei quali pure necessita. Tutto ciò sta purtroppo avvenendo in ossequio sia a una malintesa concezione del federalismo e della devoluzione (interpretati come "divisione" anzichè come "unione"), sia a un ossessivo richiamo alle necessità di comprimere la spesa pubblica. Non viviamo tempi che permettano una finanza troppo "allegra", è vero, tuttavia sembra che ormai l'unica preoccupazione sia quella di tagliare le risorse e rispettare i limitati bilanci delle aziende sanitarie. Nessuno, ormai, si preoccupa più di come garantire la salute al cittadino, ma solo di come raggiungere il pareggio di bilancio. Invece l'unica, vera soluzione sarebbe quella di capire che la salute è un investimento per l'intera società, proprio come correttamente dice la nostra Costituzione. Solo investendo nella tutela della salute, infatti, potremmo conseguire risparmi enormi, al confronto dei quali quelli derivanti dalla lotta agli sprechi sembrerebbero quasi marginali. Ecco perchè appare ancor più inaccettabile la riforma istituzionale che si va delineando in questi mesi: non solo porterà a lacerare in maniera forse irreparabile il tessuto sociale e culturale del nostro Paese ma, anzichè ridurli, determinerà squilibri economici ancora maggiori rispetto a quelli che già purtroppo esistono. Ci auguriamo che nessuno persegua proprio questi obiettivi...