Controllare e razionalizzare la spesa sanitaria: obiettivo e problema europeo
In Italia servono obiettivi ragionevolmente raggiungibili e attenzione alle diversità dei sistemi regionali
di Fabio GavaIl controllo, e io aggiungerei anche la razionalizzazione della spesa sanitaria, sono probabilmente uno degli aspetti più delicati dell'attuale situazione della sanità in Italia e del continuo dibattito in atto tra le diverse Regioni, e tra Regioni e Governo centrale. Per un ragionamento compiuto occorre partire dal quadro generale, prendendo atto che la spesa sanitaria è in forte crescita in tutti i paesi occidentali, e che la situazione italiana non è molto difforme da quella di altre Nazioni. A determinarla sono fattori demografici, l'allungamento della vita e l'aumento delle aspettative di vita; i progressi scientifici in campo farmaceutico e tecnologici nel settore dei macchinari, che possono migliorare fortemente gli effetti di diagnosi e cure, ma che hanno i loro costi, il perman e re di una tendenza a sottostimare le necessità finanziarie a livello nazionale. Molto incide l'aspettativa di salute, che è intimamente legata al contesto socioeconomico. Se da un lato, storicamente, la povertà è stata ed è presa come parametro fondamentale nelle assegnazioni di spesa, dall'altro è anche oramai statisticamente dimostrato che l'aspettativa di salute, e di conseguenza la richiesta di maggiori servizi, si rafforza anche nelle società economicamente avanzate e nelle aree industrializzate, dove sempre di più si devono fare i conti con malattie e incidentalità collegate alle attività produttive e al mondo del lavoro. Da questo contesto generale discende la necessità di affrontare importanti sacrifici, che comportano anche un notevole peso politico in termini di perdita di consenso, come dimostrano le recenti tornate elettorali, ad Amburgo e nel primo turno delle regionali francesi. Chi governa si trova oggi nella necessità da un lato di far fronte a molte nuove esigenze, e dall'altro di attuare una trasformazione tesa al recupero di risorse disponibili, usate male o per scopi non fondamentali, che spesso l'utente considera come una diminuzione del livello dell'assistenza invece che come una ottimizzazione della stessa, che produce maggior qualità e minor costo. L'attività di controllo della spesa è ovviamente parte integrante di qualsiasi operazione di risanamento e di ricerca della compatibilità tra assistenza pubblica erogata e sistema economico complessivo. Realizzarla concretamente non è facile: nel Veneto abbiamo scelto la via di una serie di interventi integrati, che vanno dalla riorganizzazione della rete ospedaliera con la riconversione di alcuni piccoli ospedali in centri sanitari polifunzionali diurni e la concentrazione delle eccellenze su alcuni grandi ospedali regionali, al monitoraggio continuo della spesa con step trimestrali, alla costituzione di una specifica Commissione (impropriamente ma significativamente definita "antisprechi") composta da esperti sanitari e amministrativi con il compito di verificare se e dove può esserci la possibilità di ottimizzare la spesa. Si sente anche sempre più forte la necessità di flussi informativi adeguati, e di attuare una verifica delle scelte aziendali, pur nel rispetto dell'autonomia delle Asl. Il che comporta, ad esempio, l'opportunità dell'assegnazione dei budget e la verifica della loro rispondenza agli obiettivi di salute. Occorre insomma una programmazione adeguata alle effettive esigenze nazionali e regionali, non condizionata, come invece spesso accade, da elementi di pressione di carattere localistico, che sono uno degli aspetti più difficili con cui confrontarsi per le implicazioni politiche e di consenso che comportano. C'è poi un aspetto amministrativo, che definirei "quotidiano", fatto di assegnazione dei budget, di azioni per eliminare gli sprechi, di controllo sulle attività, di verifica periodica su quanto si fa e sugli obiettivi che si raggiungono. Uno sforzo che, se da un lato mette in difficoltà il sistema nel suo complesso, dall'altro obbliga tutti a dare il massimo. Uno sforzo che però, per essere produttivo, non dovrà essere troppo prolungato, puntando a obiettivi difficili sì, ma non "impossibili". Se, ad esempio, si prolungherà troppo il fenomeno del sottofinanziamento, il rischio è che gli obiettivi possano essere considerati "impossibili" da chi è chiamato a perseguirli, con un inevitabile calo di quella "tensione positiva" che c'è stata da parte un po' di tutti negli ultimi anni. A proposito di obiettivi, bisogna ammettere realisticamente che oggi il sistema regionale è almeno in parte penalizzato dalla presenza di situazioni particolarmente critiche in alcune Regioni che, a mio avviso, meritano di essere trattate "a parte", e non possono rimanere nell'ambito generale, pena il trascinamento verso il basso delle altre realtà regionali. Si tratta di un problema che compete chiaramente al livello nazionale, ma che va affrontato al più presto. Due, a mio avviso, possono essere le linee di attività in questo senso: definire un ragionamento comune per individuare nella maniera più puntuale possibile quali sono gli obiettivi raggiungibili in senso generale, e quindi affrontare separatamente le situazioni di quelle tre, quattro, massimo cinque Regioni la cui situazione oggettiva non le mette in condizione di perseguire concretamente quegli obiettivi invece possibili per altre. Non si tratta di creare graduatorie di "buoni" e "cattivi", ma di prendere atto del fatto che la diversità di posizioni di partenza è un dato di fatto, e che non tenerne conto farebbe del male sia a chi sta meglio che a chi sta peggio.