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Investire nel SSN: una rivoluzione copernicana per la Sanità del nostro Paese

Lo Stato dovrebbe assumersi una sorta di "rischio d'impresa" e, anzichè comprimere la spesa, investa (e incentivi a investire) maggiori risorse economiche nel Se rvizio sanitario alla stregua di grandi opere pubbliche


di Mario Falconi

Una specie di "rivoluzione copernicana". È quello che andiamo chiedendo da anni a coloro che a vario titolo e livello governano il nostro Paese e in particolare il nostro sistema sanitario. Invano, ci sembra, almeno a giudicare da come stanno andando le cose. Eppure potrebbe essere questa la via migliore, forse l'unica, non solo per "salvare" il Servizio sanitario nazionale ma per farne uno dei punti di forza della ripresa economica e un modello per un welfare moderno. Questa "rivoluzione copernicana" consisterebbe nel guardare il Servizio sanitario nazionale da un punto di vista radicalmente diverso da quello che si è consolidato da alcuni anni a questa parte; nel guardarlo, cioè, non più come un abisso di spesa a cui imporre un limite purchessia, bensì come un'impresa nella quale vale la pena di impegnare risorse per farne un efficace ed efficiente apparato al servizio dei cittadini e un importante volano di crescita sociale ed economica. Insomma, i tempi sono maturi per cominciare a considerare il comparto della sanità per quello che è, vale a dire un settore a elevata tecnologia, professionalità e produttività al quale destinare politiche di investimento e di potenziamento. Sappiamo tutti che il sistema sanitario impegna ogni anno svariate decine di miliardi di euro, che vi lavorano, direttamente o indirettamente, centinaia di migliaia di persone, tra dipendenti e non, medici e non medici (basti pensare, nell'indotto, ai farmaci o alle forniture di beni e servizi). E sappiamo (perchè ce lo dicono autorevoli enti sovranazionali quali l'Organizzazione mondiale della sanità) che il nostro spesso vituperato Ssn è capace di ottime performance, tanto da essere secondo al mondo nel rapporto tra la spesa e i risultati di salute ottenuti; ha saputo cioè garantire indicatori dello stato di salute ai massimi livelli con un costo relativamente basso. A guardarlo senza pregiudizi o interessi di parte , insomma, il Servizio sanitario nazionale si direbbe un'impresa ancora in discreta salute, seppure bisognosa di alcuni interventi correttivi senza i quali sarebbe facile prevederne il fallimento (che forse qualcuno vedre bbe con favore!). È innegabile, infatti, che il sistema soffra per una serie di fattori - alcuni "storici", altri di più recente emersione - che vanno attentamente analizzati, affrontati e risolti. Tra questi una residua tendenza allo s p reco spesso seguita e/o sostituita da una spietata severità contabile insensibile agli obiettivi di salute; l'invecchiamento della popolazione; un'eccessiva e ridondante spesa ospedaliera tuttora presente in vaste aree del Paese a scapito dell'assistenza territoriale e soprattutto domiciliare e residenziale; i progressi della medicina e i costi delle tecnologie; l'aumento complessivo dei consumi; la rigidità del sistema; la crisi del modello federalista "estremo"; la formazione degli operatori e dei cittadini; la persistente limitatezza delle risorse. I rimedi, però, ci sono. Vanno cercati innanzitutto nella corretta individuazione dell'obiettivo, duplice e inscindibile, pena il fallimento completo: salute (dei cittadini) ed equilibrio (dei bilanci). E poi, principalmente, nell'appropriatezza dei servizi e delle prestazioni, nella riqualificazione della domanda e nella corretta quantificazione del finanziamento. Ma fintanto che il Servizio sanitario nazionale verrà considerato un insieme di capitoli di spesa da comprimere per far quadrare i conti sarà ben difficile che i presunti correttivi diano risultati e che il Ssn riesca a dispiegare le sue potenzialità sia sotto il profilo etico-sociale sia sotto quello economico. Ecco perchè riteniamo che lo Stato dovrebbe assumersi una sorta di "rischio d'impresa" e, anzichè comprimere la spesa, investa (e incentivi a investire) maggiori risorse economiche nel Servizio sanitario alla stregua di grandi opere pubbliche quali le ferrovie, le autostrade o il discusso ponte sullo stretto di Messina. Un'ampia letteratura scientifica testimonia i risparmi che la corretta gestione delle patologie può determinare sia direttamente (prevenzione secondaria, diagnosi, cura, riabilitazione ecc.) sia indirettamente (giornate lavorative recuperate, maggiore efficienza sul lavoro ecc.). Senza contare le positive ricadute in termini di qualità e durata della vita. Sempre la letteratura scientifica ci insegna anche che i sistemi sanitari pubblici sono generalmente più efficienti e meno costosi rispetto a quelli di prevalente ispirazione privatistica (Usa docent!). L'investimento iniziale sarebbe dunque ampiamente recuperabile nel medio e nel lungo periodo, con la creazione di nuovi posti di lavoro e di maggiore ricchezza. A patto che l'investimento sia correttamente gestito da manager capaci che abbiano chiaro il duplice obiettivo della salute e del bilancio. Non sarebbe sufficiente, pertanto, una gestione meramente contabile per quanto formalmente ineccepibile di un' Azienda sanitaria del Ssn senza che contestualmente sia perseguito l'innalzamento degli standard di salute e di vita della popolazione: proprio questi ultimi devono costituire il suo "profitto" e senza di essi l'obiettivo è fallito!. Diversamente, il rischio è che tra non molto ci si trovi di fronte a scelte "miserabili" quanto eticamente difficili: se, per esempio, finanziare una dialisi in una persona anziana oppure usare le stesse risorse per una campagna di vaccinazioni; un anno di dialisi costa infatti 35 mila euro e salva una vita, mentre con la medesima cifra spesa per una vaccinazione antinfluenzale è possibile salvare nello stesso arco di tempo 4-5 vite di ultrasessantacinquenni. Oppure potremmo essere costretti a operare una "selezione naturale indiretta" attraverso una riduzione generalizzata dei servizi e delle prestazioni che inevitabilmente ci porterà a peggiorare i risultati ai quali siamo arrivati nei decenni passati: la durata della vita prenderà a calare così come la sua qualità, a cominciare dalle fasce più deboli della popolazione. A questo vogliamo arrivare? Davvero riteniamo che sia preferibile vivere meno e peggio invece che più a lungo e meglio? La domanda è perfino ridicola, talchè la risposta appare scontata. Anche perchè, fintanto che rimarrà così com'è, l'articolo 32 della nostra Costituzione garantisce a tutti i cittadini italiani la tutela della salute da parte dello Stato. È chiaro tuttavia che non bastano i pii desideri a risolvere i problemi. Perciò siamo convinti che sia necessaria, appunto, una "rivoluzione copernicana" che ai manager delle aziende sanitarie pubbliche dia un obiettivo di bilancio e di salute e che esso sia realisticamente raggiungibile attraverso l'impiego di risorse congru amente determinate (ed erogate), avvalendosi anche del corretto apporto del settore privato. Ovviamente ciò implica a monte scelte politiche di alto profilo e vasto orizzonte che tengano in considerazione non soltanto principi quali la solidarietà, l'equità e l'universalità ma anche, per esempio, elementi come la disomogeneità (geografica, economica, sociale ecc) del nostro Paese da gestire a livello locale, ma all'interno di una forte cornice di indirizzo nazionale che a sua volta non dimentichi il contesto europeo e internazionale. Se il nostro Paese esprimesse una classe politica consapevole di ciò e di quanto sia importante un Servizio sanitario che desse s e rvizi adeguati ai cittadini e, lungi dall'assistenzialismo, fosse moltiplicatore di sviluppo (del mercato del lavoro, della produzione, della ricerca ecc.) e se questa classe politica agisse di conseguenza, allora avremmo un motivo di più per ritenerci un Paese civile e moderno.




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