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Umanizzazione e farmaco in una dimensione etica

Solamente rispettando le specificità di ciascun soggetto e facendo in modo che lavorino tutti insieme si può portare avanti un processo "umano" di cura della persona


di Mons. Sergio Pintor

Mai come oggi si parla di umanizzazione in sanità. Forse perchè la si pratica poco. Che se ne parli tanto, infatti, è significativo poichè sta a indicare da una parte una sensibilità particolare e un bisogno oggi fortemente sentito soprattutto dalle persone e dalle famiglie che hanno sperimentato e sperimentano situazioni di sofferenza e di malattia; dall'altra part e è altrettanto significativo perchè viene a denunciare una carenza del mondo sanitario attuale che tocca la finalità stessa della sua organizzazione, cioè di rispondere al bisogno di cura e tutela della persona, di ogni persona, nel rispetto della sua dignità. Nel parlare di umanizzazione in sanità non mancano però i rischi della retorica e di visioni riduttive e parziali dell'umanizzazione stessa e del suo significato. Il problema non si può risolve re, per esempio, semplicemente a livello "alberghiero" come pure qualcuno sembre rebbe tentato di fare . Certamente è importante migliorare i luoghi e le strutture di accoglienza e di servizio, nel rispetto sia di coloro che ne usufruiscono sia di coloro che vi lavorano. Tuttavia non possiamo dimenticare che non si potrà dare umanizzazione vera senza passare attraverso le persone impegnate ai vari livelli, con diversi ruoli e compiti, nel mondo e nella cura della salute. Proprio qui emergono l'esigenza e il valore di una dimensione etica che attraversi tutti i soggetti impegnati nel mondo della salute. La "caduta etica" avviene infatti quando ciascuno, nel suo ruolo, cerca il proprio interesse anzichè quello generale comune. Cosicchè non c'è problema, oggi, che interpelli il Servizio sanitario nazionale e la cura delle persone che non debba coinvolgere - direttamente "in prima persona" e nella relazione tra loro - i diversi soggetti del sistema, dagli operatori sanitari ai ricercatori, dagli amministratori ai politici, dall'industria farmaceutica agli stessi cittadini. L'etica fa riferimento alla responsabilità del bene possibile, il cui esercizio deve avere criteri oggettivi e nella cui ricerca viene chiamata in causa l'umanità di ciascuno, la sua libertà e la sua coscienza. Qualità umane e professionali possono essere valutate: quelle di un primario o di un usciere che non riescono a entrare in un rapporto positivo con i pazienti evidentemente non saranno a un livello elevato. La dimensione etica si vive appunto nella relazione con gli altri, tra le persone, poichè è qui che si manifesta l'umanità o la disumanità dell'agire e del vivere. Un limite forte che si avve rte oggi è proprio la "frantumazione" dei soggetti che costituiscono il mondo della salute, ciascuno dei quali, nel tempo, ha avuto una sua evoluzione spesso apparentemente svincolata dalle altre. Così, per esempio, il medico è d i ventato un po' economista e amministratore, in qualche misura "gestore" della sanità. Anche il farmaco ha avuto una sua evoluzione, ma in senso negativo poichè è stato ridotto a semplice prodotto commerciale, dimenticando che si tratta del frutto della ricerca, concreto e costante, che rientra nell' azione terapeutica. Cosicchè, in un momento di carenza di risorse economiche, è stato fin troppo facile chiamare in causa l'industria farmaceutica e mettere in pace le coscienze degli altri soggetti. Sul farmaco sono state fatte gravare gran parte delle difficoltà economiche del settore e se ne è fatto contemporaneamente un uso meramente strumentale. Non lo si è considerato cioè un "soggetto" attivo e necessario in riferimento alle molteplici problematiche che oggi interpellano l'organizzazione della tutela della salute, a partire dalla ricerca scientifica (laddove vanno riconosciuti meriti e corresponsabilità dell'industria farmaceutica) fino alla terapia e all'economia. Sono tutti aspetti che a loro volta rimandano a persone e alle l o ro identità da riconoscere e rispettare; e rimandano alla relazione tra i diversi soggetti e alla finalità del sistema, vale a dire la ricerca del bene comune. La dimensione etica, il suo recupero richiedono pertanto una riscoperta delle singole identità insieme con la verifica e la riscoperta dell'azione terapeutica nel suo complesso. Solamente rispettando le specificità di ciascun soggetto e facendo in modo che l a vorino tutti insieme si può port a re avanti un processo "umano" di cura della persona. Una tra le urgenze nel processo di umanizzazione è perciò quella di promuove re l'interazione tra i diversi soggetti, compreso il farmaco. In questo senso un riconoscimento maggiormente corretto della sua soggettualità potrebbe favorire e arricchire l'intersoggettualità responsabile di una umanizzazione nel mondo della salute. Il nocciolo è un po' questo: togliere il farmaco dalla nicchia isolata e talvolta colpevolizzata nella quale è stato relegato per farne un soggetto etico che risponda, insieme con gli altri, alle grandi sfide che vengono dal nostro Paese e, ancor più, dal mondo intero. Il messaggio e l'invito, pertanto, sono a essere più corresponsabili nel riconoscerci e nel riconoscere gli altri, a farlo con umiltà e a mettersi intorno a un tavolo non "freddo", ma molto umano, dal quale nessuno sia escluso. Quanto alla prospettiva - che può e deve avere una dimensione etica - essa è data da percorsi di formazione intesi nel senso più autentico, cioè non di semplice aggiornamento delle conoscenze per così d i re "tecniche" bensì di "messa in crisi" di ciascuna persona, di ciascun soggetto, in un processo finalizzato alla crescita di se stessi, a una relazione più umana nei rapporti con gli altri, alla riscoperta della finalità etica del nostro operare e del nostro essere che poi è la ricerca del bene e dell'interesse comuni nell'ambito della ricerca della salute. Questa formazione umanizzante ed etica non può però essere un percorso a se stante, ma deve essere interno alla formazione previa e permanente delle singole professionalità, strutture e organizzazioni, i cui percorsi formativi attuali andrebbero perciò rivisti in questa ottica.




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