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Anno Europeo delle persone con disabiliità: e l'Italia?

Nulla su di noi, senza di noi


di Pietro V. Barbieri

Sotto i colpi di una rivoluzione incruenta, l'Italia è passata attraverso un processo di fortissimo decentramento che incide pesantemente sul vivere collettivo. Il cittadino ora può contare su uno Stato che afferma principi e vigila sulla loro attuazione e su Regioni che autonomamente legiferano, scelgono priorità e modelli e gestiscono le risorse dello Stato sociale. Il sistema centralistico di gestione degli interventi di welfare è sepolto. Le persone con disabilità e le loro famiglie, però, si preoccupano: da anni le organizzazioni di tutela si sentono ripetere dallo Stato che le Regioni sono competenti in materia e dalle Regioni che lo Stato taglia sulle risorse. È un filo conduttore ben noto. Negli ultimi 15 anni abbiamo assistito a una stagione di riforme importanti che purt roppo ancora attendono applicazione. All'inizio di questo periodo, nella dialettica tra associazioni, terzo settore e partiti politici, si sottolineava come la certezza delle risorse fosse il nodo principale da sciogliere insieme con le riforme di sistema. La spesa statale per l'assistenza era ridottissima e i Comuni stanziavano circ a l'1% dei loro bilanci per i servizi sociali contro il 6% medio degli altri Paesi europei. Pe rciò abbiamo apprezzato come ogni schieramento politico abbia assunto questi dati come elemento fondante del proprio programma elettorale. Si è così assistito a un progressivo aumento delle risorse testimoniato dal fatto che, a seguito della pressochè unanime approvazione nel 2000 della legge 328, è stato istituito il Fondo per le politiche sociali e si è innescata la discussione per il Fondo per i non autosufficienti. Questa stagione sembra essere in fase di esaurimento. L'ultima Finanziaria ha tagliato agli Enti locali cospicue risorse principalmente destinate a interventi sanitari e sociali. Il Fondo per le politiche sociali è stato recuperato solo in extremis grazie a una battaglia comune condotta da Regioni, associazioni e organizzazioni del terzo settore. La discussione sul Fondo per i non autosufficienti langue alla Camera e, se mai arriverà ad approvazione, le risorse saranno assai più ridotte di quanto necessario. Persino quei pochi euro destinati all'eliminazione delle barriere architettoniche sono stati rastrellati. In questo quadro, azzardiamo alcune proposte. Tra queste vi è la rimozione di un ostacolo all'applicazione di tutte le altre norme: le certificazioni. Da tempo segnaliamo difficoltà per quelle che riguardano i servizi socio-sanitari, specie per la partecipazione al costo, il collocamento mirato, le pensioni e le indennità di accompagnamento, i permessi lavorativi, le agevolazioni fiscali, gli ausili e persino la patente di guida e il contrassegno per la sosta dei veicoli. Evitiamo volutamente di soffermarci sull' a ssurdità del processo per l'interdizione. Non molti sono consapevoli che in un Paese di "azzeccagarbugli" l'accesso a diritti o a servizi garantiti per particolari condizioni rappresenta il principale mezzo di discriminazione. Vi è una quantità inaudita di inutili certificazioni al quale il disabile deve sottoporsi. In aggiunta, le visite sono prive di senso visto che il più delle volte durano pochi minuti e finiscono per declinarsi in una valutazione sterile di certificazioni precedentemente emesse. Le certificazioni attuali risentono di un'arcaica impostazione medico-legale basata su metodi assicurativi: certificare l'invalidità consiste nel valutare le residue capacità lavorative di una persona e conseguentemente definirle in termini percentuali. Cosicchè l'unico parametro di valutazione di un individuo risiede nella capacità di produrre reddito. Dal combinato-disposto con altre due vetuste istituzioni - l'obbligatorietà dell'interdizione per chi non è capace di intendere e di volere e le scuole speciali - otteniamo un risultato nefasto, cioè che le persone con disabilità intellettive vengono considerate inutili, con buona pace delle altisonanti dichiarazioni dei diritti dell'uomo. Tutti, anche coloro che ritengono di risiedere nelle parti più "nobili" del Paese o di avere disabilità meno gravi, sanno perfettamente come la discriminazione originata dall'idea dell'inutilità sia costantemente in agguato. Si evince dalla mancanza di spazi per la vera integrazione e dalla conseguente considerazione dell'assoluta mancanza di capacità produttive. La prima si traduce, per esempio, in mancanza di risorse per servizi, mentre la seconda in collocamento al lavoro con mansioni di basso profilo qualunque sia il livello educativo. Il parametro assicurativo tende quindi ad afferm a re la cultura del risarcimento misurato percentualmente al danno attraverso l'erogazione diretta di emolumenti di diversa entità. È evidente l'insufficienza di questa concezione: persone differenti con diverse disabilità ricevono lo stesso punteggio percentuale, non importa neanche se sono disabili intellettivi oppure motori. L'accertamento dell' i n validità raffigura una visione superata almeno dal 1980, da quando cioè l'Organizzazione Mondiale della Sanità emanò la prima classificazione delle disabilità. Ancor di più a seguito dell'emanazione dell'ICF (International Classification of Functioning Disability and Health), l'OMS ha esortato gli Stati a innescare un processo di cambiamento culturale che si fondi sulla Dichiarazione dei diritti dell'uomo e sull'idea della non discriminazione. Per modificare una cultura radicata è necessario introdurre una nuova visione basata sull'autodeterminazione delle persone con disabilità o dei loro tutori. Ci è di aiuto la visione europea, che trova la sua migliore sintesi nella Dichiarazione di Madrid del 2002 quale lancio politico dell'Anno europeo (il 2003) delle persone con disabilità. Il panorama proposto è: "Nulla su di noi, senza di noi". In questo pensiero si racchiude la sostanza della nuova visione da proporre: il progetto individuale ovvero un percorso di vita personalizzato del quale il disabile sia assoluto e unico protagonista. È una riforma attesa da tempo, di poca spesa e di garanzia rispetto agli attuali temi in discussione. Unificare gli interventi in un progetto eviterebbe sprechi e valorizzerebbe il corretto utilizzo delle risorse nazionali e locali; adottare il progetto individuale determinerebbe l'orientamento della spesa ed evidentemente i livelli essenziali di prestazioni sulla base della scelta e del gradimento dei cittadini disabili consumatori. La corretta interpretazione di queste considerazioni potrebbe liberare il campo dagli equivoci e convogliare l'attuale politica nazionale e locale su binari assai diversi, più europei: "non discriminazione + azione positiva = integrazione sociale".




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