I diversi servizi sanitari regionali che si stanno delineando nel nostro Paese non sono frutto dell' a pplicazione di quei provvedimenti che impropriamente vengono definiti "sul federalismo". Il sistema era molto disomogeneo già prima che questi provvedimenti venissero adottati: certo non eravamo di fronte a ventuno aree differenti, ma sicuramente si potevano rilevare almeno tre o quattro macroaree. Il cambiamento evidente che notiamo da qualche mese a questa parte riguarda la rinuncia da parte del livello di governo centrale a impegnarsi sul terreno della omogeneizzazione di questa situazione: in nome del federalismo sembra si sia rinunciato definitivamente a puntare alla perequazione tra le diverse situazioni e quindi a garantire ai cittadini di una parte del Paese gli stessi diritti dei quali godono quelli di un'altra parte. L'impressione, peraltro, è che questa rinuncia corra in parallelo con quella a esercitare una funzione di guida e di controllo rispetto alla unitarietà del Servizio sanitario nazionale. Questa rinuncia è in qualche modo il frutto e l'oggetto di uno scambio avvenuto lo scorso agosto con il patto di stabilità in sede di conferenza Stato-Regioni, con il quale il primo ha concesso la quasi assoluta potestà decisionale alle seconde in cambio del controllo della spesa e del rispetto del patto di stabilità. Questo, per grandi linee, lo scenario. Uno scenario nel quale l'interesse primario dei cittadini è stato messo da parte e viene considerato solo in ultima battuta, riservando le attenzioni e le preoccupazioni più grandi alle questioni di carattere economico. Tutto questo è ineluttabile e inevitabile in seguito alla cosiddetta svolta federalista? No, non cre d o. Per esempio Germania e Spagna - che hanno forti autonomie regionali e locali con impianti federalisti molto più strutturati e di maggior "peso specifico" rispetto al nostro - hanno garantito comunque il carattere unitario del sistema attraverso norme e provvedimenti federali, che rappresentano una sorta di binario guida. Si potrebbe obiettare che in Italia, proprio per questa ragione, sono stati introdotti i Livelli essenziali di assistenza (Lea). Tuttavia i Lea, almeno nella loro interpretazione corrente, sono qualcosa molto differente. Varrebbe la pena di ricordare, intanto, che essi erano nati con una definizione, anche dal punto di vista linguistico, diversa: si chiamavano Livelli uniformi ed essenziali di assistenza. Ora il concetto di uniformità è venuto meno, giacchè in epoca di federalismo sembra un "non senso". E ci sono assessori che parlano ormai pubblicamente di Livelli "sostenibili" di assistenza, legando in maniera inscindibile il criterio di sostenibilità economico-finanziaria alla individuazione di ciò che verrà garantito ai cittadini. Per la verità già l'ultima riforma della Sanità, la cosiddetta "riforma Bindi", legava espressamente i livelli uniformi ed essenziali di assistenza alle risorse economiche, tanto da pre vederne la loro ridefinizione ad ogni nuovo Dpef. E però l'interpretazione che se ne dà in questo momento è di gran lunga più restrittiva. I Lea - nati come strumento di garanzia per assicurare a tutti i cittadini, da Bergamo a Canicattì più o meno le stesse condizioni - sono oggi interpretati come la lista minima di prestazioni che gli assessori sono costretti ad erogare ai loro concittadini. È una differenza fondamentale. In passato, la difformità tra le varie macro aree del Paese riguard a va fondamentalmente la capacità delle strutture ospedaliere, la loro qualità e quella delle loro prestazioni, la presenza più o meno marcata dei servizi. Oggi siamo ormai in presenza di 21 prontuari farmaceutici regionali e siamo riusciti a mettere in discussione anche uno dei pochi tratti unitari del sistema, e cioè la possibilità di ottenere lo stesso farmaco per tutti i cittadini nelle stesse condizioni in tutto il Paese. Questa nuova difformità ci preoccupa perchè non ha niente a che vedere con il federalismo come valore aggiunto, portatore di differenze in positivo. Pu rt roppo non è quanto sta accadendo. Al contrario, la preoccupazione di tenere in ordine i bilanci sta creando una difformità verso il basso, con tagli di prestazioni, ticket, addizionali Irpef e quant'altro. Noi vediamo tutto ciò con preoccupazione, anche perchè dà vita a paradossi per cui bastano pochi chilometri di distanza per vedere riconosciuto il proprio diritto a curarsi in un certo modo piuttosto che no. Probabilmente i prossimi due anni ci riservano il proseguimento e il consolidamento di questa "confrontation" tra gli assessori regionali e i loro bilanci. Solo dopo questo assestamento generale si potranno comprendere meglio gli indirizzi generali. Già in questo momento, tuttavia, abbiamo la sensazione che ci si stia orientando a disegnare un ruolo per i soggetti privati molto più significativo e consistente rispetto al passato, soprattutto attraverso la moltiplicazione dei soggetti erogatori. Ciò comporterà, fatalmente, anche una crescita della spesa sanitaria. E giacchè il Governo ci sembra più che attrezzato, sotto il profilo tecnico, per prevedere tutto ciò, abbiamo ragione di credere che tutto questo sia voluto. E cioè che si intenda andare verso uno scenario nel quale - tra un anno e mezzo o due - si comincerà a guardare in maniera più concreta e senza tanti infingimenti all'introduzione di nuove risorse finanziarie attraverso il canale assicurativo. Questo non ci "scandalizza": non abbiamo preclusioni di natura ideologica, nè ci appassionano le diatribe pubblico-privato. Non siamo certo preoccupati dell'arrivo di nuove risorse finanziarie, da anni sosteniamo che il nostro servizio sanitario è sottofinanziato. Ma è evidente che questa è una operazione che può avere esiti assai differenti a seconda che si abbia veramente a cuore il carattere pubblico del nostro sistema sanitario o che la si utilizzi, al contrario, per mettere in discussione questa sua caratteristica essenziale. Qualunque operazione per rimpinguare le finanze del Ssn deve essere compiuta - come hanno già fatto benissimo, prima di noi, altri Paesi europei - senza mettere in discussione i principi di universalità e solidarismo del nostro Ssn. In Germania, per esempio, i finanziamenti necessari per l'assistenza nella perdita dell'autosufficienza sono stati reperiti attraverso la sottoscrizione di una polizza assicurativa obbligatoria per quel tipo specifico di rischio, per i cittadini al di sopra di una certa età, che hanno un lavoro e superano una determinata soglia di reddito annuo. Ma quella polizza non copre un rischio individuale: quei soldi vanno a finire nel paniere dei fondi del Servizio sanitario tedesco e la copertura che essa assicura è garantita tanto a quanti possono pagarsela che a chi non può permettersela. Misure di questo genere non mettono in discussione il principio di solidarietà e il carattere universalista di un sistema pubblico. Per quanto ci riguarda riteniamo che sia necessario un approccio realistico, pragmatico, che prenda atto che un'integrazione di risorse è necessaria e va cercata, ma spiegando sempre e comunque ai cittadini cosa si sta facendo, cercando il loro appoggio e la loro condivisione ed evitando, soprattutto, di mettere in discussione i due criteri di solidarietà e universalismo che rappresentano i pilastri del nostro sistema pubblico, al quale non intendiamo rinunciare. Siamo convinti che nella attuale fase di transizione al federalismo il compito di una organizzazione come la nostra risieda proprio nel garantire la conservazione di un livello accettabile del carattere di unitarietà del sistema delle tutele, accettando la sfida per il rinnovamento del nostro welfare sanitario ma garantendo al tempo stesso che ciò non si traduca in una occasione per rimettere in discussione quanto è stato conquistato con anni di impegno e di battaglie.