La nuova politica della salute mentale: dall'emarginazione alla riabilitazione
La cosa importante è sorvegliare e curare, ma senza punire, poichè contenzione ed emarginazione dalla società non possono che essere antiterapeutiche
di Antonio GuidiPer troppi anni la tutela della salute mentale è coincisa con la realtà custodialistica. Il suo "target" era molto preciso (adulti con gravi problemi mentali) e il suo imperativo categorico: sorvegliare - troppe volte , purtroppo, anche punire - persone "pericolose a sè e agli altri". La legge del 1904, che istituiva i manicomi, poteva essere considerata una buona legge perchè si prendeva in carico i cosiddetti irrecuperabili, ma negli anni il figlio di questa legge, il manicomio, diventò il simbolo della negazione dei diritti. Nei decenni successivi vi è stata una mobilitazione di una parte della psichiatria che dava spiegazioni tutte legate al ruolo del sociale e dell'emarginazione. Era un'interpretazione del tutto avversa alla psichiatria organicistica che invece vedeva il disturbo mentale causato da problematiche, appunto, organiche. Da una parte la cosiddetta "psichiatria democratica", spostata sul sociale, parlava di "sofferenza psichiatrica", quindi di un dolore imposto dall'esterno; dall'altra parte la psichiatria organicistica parlava di "malattia mentale", quindi di qualcosa che sorgeva dall'interno della persona. Questo dibattito contro le istituzioni manicomiali è stato fruttuoso, poi nelle sue contraddizioni, ha portato a discutere non solo del manicomio, ma anche dell'intervento psichiatrico. Dopo la legge 180 del 1978 si è cominciato a cercare una mediazione tra chi credeva solo nel sociale e chi praticava una psichiatria organicistica. Oggi l'approccio è più modulato. Indubbiamente la discussione sulla 180 ha portato una maturazione ed è nata una psichiatria più matura che comunque nega assolutamente la validità e il ruolo della struttura manicomiale. Accanto a una maturazione complessiva, però, si avverte anche una sorta di "asfissia". I servizi alternativi alla sofferenza mentale degli adulti sono stati attivati solo in parte. Così, in questa logica, ad esempio, il pronto soccorso psichiatrico notturno risulta inattivo nella maggior parte dei casi, con le conseguenze che sappiamo: quando si prende in carico un disturbo mentale all'inizio, inoltre metà dei casi si evita la cronicizzazione. In questo vuoto di servizi alternativi è accaduto che i manicomi non sono mai morti. Spesso hanno cambiato nome, sono diventati "comunità protette". E anche i servizi di diagnosi e cura degli ospedali o certe cliniche non pubbliche ripropongono, in proporzioni ridotte, le stesse modalità custodialistiche precedenti. Tra le sofferenze psichiatriche, in Italia, la schizofrenia è tra quelle più significative. I dati epidemiologici non sono certi, però possiamo dire che centinaia di migliaia di persone sono coinvolte in questa sorta di "contenitore", con tutte le sue diverse configurazioni. La diagnosi precoce può essere decisiva per un percorso terapeutico, eventualmente di custodialismo "dolce". La cosa importante è sorvegliare e curare, ma senza punire, poichè contenzione ed emarginazione dalla società non possono che essere antiterapeutiche. D'altronde, sappiamo che, dove i servizi funzionano, un terzo delle persone non riesce a venir fuori da questa malattia, circa un terzo fa una vita accettabile e un terzo ne esce completamente. Questo ci fa capire che - pur all'interno di configurazioni e di gravità diverse - se si vuole si può trovare la strada giusta. Oggi si registra una novità: la salute mentale non può più occuparsi solo dell'adulto, ma anche di due fasce di popolazione che si propongono sulla scena: gli adolescenti e gli anziani. L'adolescenza ormai è lunga - fino a 30 anni e oltre - e implica anche grosse sofferenze individuali che possono portare a forme di malattia. Quanto agli anziani, hanno una vita, e una speranza di essa, più lunga e compaiono malattie come l'Alzheimer, che li possono far soggetti di custodia psichiatrica e quant'altro. Che cosa si può fare? Intanto, dire ancora no a qualsiasi riproposizione in qualunque forma di realtà manicomiali, vere o mascherate. E poi creare per l'adulto servizi di diagnosi e cura molto legati alla prima analisi e a una presa in carico immediata. Per l'adolescenza prevedere strutture territoriali che permettano diagnosi serie per una terapia che eviti alla persona di entrare nel circuito della malattia mentale. Per l'anziano, infine, creare servizi di day hospital o anche di bre ve-media degenza, ma con chiari percorsi terapeutici a tempo, individualizzati e non meramente custodialistici. Come ministero della Salute abbiamo dato seguito all'art. 98 della Finanziaria 2001, cioè la Commissione contro lo stigma della malattia mentale per fare, soprattutto con le scuole, un discorso di educazione che serva anche a levare dalla testa della gente che ogni malattia od ogni sofferenza mentale sia pericolosa e incurabile: non è così. E poi l'Osservatorio che dovrà offrire alle Regioni sia un monitoraggio per i luoghi di residenza protetta sia le linee-guida per un nuovo Progetto- obiettivo sulla salute mentale che riguardi anche anziani e adolescenti. Abbiamo due strumenti che possiamo usare. Il Piano sanitario nazionale (che uscirà tra breve) nel quale la sezione legata alla salute mentale è orientata in questa visione trasversale della psichiatria, con una grande volontà di non riprodurre strutture istituzionalizzanti, ma eventualmente, se un momento di istituzionalizzazione deve esserci, che sia con una presa in carico precisa e con un ruolo curativo e non custodialista. Nel Psn si tenta inoltre di creare una cultura di tipo dipartimentale in cui le diverse professionalità possano collaborare perchè patologie complesse, che oggi sono spesso seguite "a spicchi" (una volta da un Servizio, una volta da un altro), abbiano una presa in carico comune. C'è una legge che in un tempo determinato offrirà al Governo una proposta che, tenendo conto del ruolo regionale, costituisca un Progettoobiettivo salute mentale concretamente innovativo. Chiaramente, nel gioco della politica, un'innovazione crea schieramenti e credo che la psichiatria abbia bisogno di ringiovanirsi in una sede dialettica che però non deve essere faziosa come è stata negli anni precedenti. La psichiatria, se vuole comporre - pur nelle singole soggettività e scuole di pensiero - qualcosa di rispondente ai bisogni differenziati della popolazione, deve scordarsi la faziosità e rilanciare la scientificità.