La Ricerca biomedica in Italia
Possono essere senza dubbio individuate aree di ricerca comuni, nelle quali l'interesse pubblico si concili con quello privato, individuando come risultato dei filoni di ricerca co-finanziata
di Enrico GaraciLa ricerca scientifica in Italia, è risaputo, non gode della miglior salute. Soffre di alcuni nodi critici d'ordine generale, che, in quanto tali, investono anche l'ambito specifico della ricerca biomedica. In particolare, possono essere individuati tre elementi critici principali: un basso investimento economico compless i vo (in Italia viene destinato alla ricerca circa l'1% del Prodotto interno lordo nazionale), un basso numero di ricercatori e l'elevato indice di invecchiamento dei ricercatori stessi. A questi ne possiamo sommare almeno un altro come "corollario": il basso investimento medio privato nella ricerca, che si registra in Italia rispetto agli altri Paesi dell'UE. I dati statistici dimostrano che il settore privato contribuisce per circa il 50% al finanziamento della ricerca (l'altro 50% è, quindi, finanziamento pubblico) contro circa l'80% della Finlandia e il 70% della Germania. Si tratta, evidentemente, di indicatori che andrebbero sensibilmente modificati per consentire alla ricerca nazionale di uscire dallo stato di sofferenza in cui si trova. A fronte di questo quadro poco incoraggiante occorre però rilevare un elemento certamente positivo: l'alta qualità della nostra Comunità scientifica biomedica, lo provano le cifre. Se consideriamo il numero assoluto di ricercatori, il nostro Paese risulta, come accennavo prima, in posizioni di retroguardia, ma se prendiamo in considerazione gli indici di "produttività" rispetto allo stesso numero di ricercatori allora l'Italia si ritrova a livelli ottimi, più o meno intorno al quarto posto nel mondo. Perchè? Perchè nel passato, anche quello recente, ci sono state iniziative che hanno fornito un ritorno molto positivo. Mi riferisco, per esempio, ai Progetti finalizzati del Consiglio Nazionale delle Ricerche, al Progetto nazionale AIDS coordinato dall'Istituto Superiore di Sanità e ad altri ancora che, oltre a conseguire importanti risultati "nel merito", hanno messo a punto metodologie di studio di grande valore. Il progressivo abbandono dei progetti finalizzati del CNR si può considerare un fatto negativo per la ricerca italiana. Fo rtunatamente possiamo però registrare anche qualche elemento positivo, come il progetto di ricerca del Fondo investimenti per la ricerca di base (FIRB) del Ministero dell'Istruzione, dell' Università e della Ricerca, che può disporre di risorse abbastanza consistenti e che è in grado di incentiva re la cooperazione e le aggregazioni tra pubblico e privato. D'altro canto, la ricerca in atto negli altri Istituti pubblici direttamente afferenti al Ministero della Salute e finanziata con il fondo dell'1% del PSN, a partire dallo stesso Istituto Superiore di Sanità, agli IRCCS e agli Istituti Zooprofilattici, annovera progetti strategici molto importanti come quelli sulle cellule staminali, sui vaccini, sui tumori, sulle malattie neurodegenerative, sulla BSE (encefalopatia spongiforme bovina) e altri. A voler ben vedere, il quadro d'insieme assume quindi tinte meno fosche di quanto potesse sembrare inizialmente. Tanto più che pare di cogliere uno spunto e un indirizzo interessante nelle dichiarazioni del Ministro della Salute, professor Girolamo Sirchia, quando annuncia di voler cre a re le condizioni affinchè si possa stabilire una fattiva collaborazione tra pubblico e privato in modo da convogliare risorse su progetti di interresse della Sanità pubblica. Possono essere senza dubbio individuate aree di ricerca comuni, nelle quali l'interesse pubblico si concili con quello privato, individuando come risultato dei filoni di ricerca co-finanziata. Un modello, quello appena descritto, che pot rebbe aiutare a superare il problema del basso investimento nella ricerca da parte del nostro settore privato e che può contribuire a diminuire quella divaricazione tra domanda e offerta scientifica che rappresenta un ulteriore punto critico. Prospettive intere ssanti in questo senso sono già state aperte dalla entrata in vigore della legge 297. L'auspicio, ovviamente, è che, seguendo queste linee (investimenti adeguati su progetti finalizzati, selezione accurata dei progetti stessi, coinvolgimento nel "pubblico" del "privato"), si possa finalmente superare il gap che ci separa dagli altri Paesi più ava nzati in questo campo. Non va dimenticato che siamo alla vigilia del varo del VI Programma - quadro europeo di ricerca, che, per le "reti di eccellenza", apre molte opportunità su varie tematiche. In particolare, la cosiddetta " Piattaforma delle malattie della povertà" (AIDS, malaria e tubercolosi) vedrà il nostro Istituto coordinare tutta la Comunità scientifica nazionale. Gli sforzi dovranno essere finalizzati a selezionare le reti italiane di ricerca che potranno ricevere finanziamenti dall'Unione Europea. Su questo tema bisogna dare atto al Ministro della Salute di essersi tempestivamente attivato, stimolando la definizione delle reti di eccellenza nel nostro Paese. Detto questo, permane una questione di fondo, molto importante, riguardante la Ricerca. Un nodo che deve essere affrontato per sgomberare il campo dalle interpretazioni e dagli equivoci che possono sorgere quando, nell'ambito della ricerca in campo scientifico, ci si trova davanti a dei "passaggi" cruciali che coinvolgono l'etica e la morale, non solo del ricercatore bensì di tutta la collettività. Il ricercatore deve avere limiti di ordine etico oppure no? Personalmente sono convinto che sia assolutamente indispensabile tutelare la libertà di ricerca, nei limiti in cui questa non vada a ledere principi etici fondamentali. Alcuni di questi, pertanto, vanno posti e l' unico organismo deputato alla loro definizione è il Parlamento, il quale deve garantire comunque il diritto all'obiezione di coscienza ai singoli scienziati qualora prendesse decisioni in difformità da questi principi etici. Per quanto mi riguarda, ad esempio, come cattolico mi rifiuterei di lavorare su cellule derivanti da embrioni umani. In ogni caso, lo spazio per la libertà di ricerca rimane e resterà immenso, con la possibilità di portare a termine studi e ricerche efficaci per il miglioramento delle condizioni di salute dell'uomo.