La Iasp, International association of study of pain, definisce il dolore come un'esperienza sensoriale ed emotiva spiacevole associata a un danno tissutale potenziale o in atto, o descritta nei termini di tale danno. Molti studiosi ritengono che una definizione soddisfacente sia introvabile e forse inutile. Del resto a tutti è capitato di provare la sensazione dolorosa e non ci è indispensabile una definizione che ce la spieghi. In maggior numero nella pelle, ma anche nei muscoli, nelle articolazioni, nelle ossa e in alcuni organi interni ci sono migliaia di recettori specializzati per le sensazioni di caldo, di freddo, di pressione, e altri tra cui il dolore. Sono i nocicettori, capaci di recepire le sensazioni dolorose. Quando vengono stimolati, il segnale prodotto è trasportato al sistema nervoso, attraverso le fibre nervose, e reagisce nel modo più appropriato. Quando lo stimolo doloroso, per le vie nervose periferiche, raggiunge il sistema nervoso centrale viene elaborato in modo diverso da ognuno di noi. Almeno qualche volta abbiamo apprezzato una funzione naturale così utile che ci ha protetto da traumi, scottature, fatica eccessiva. Perfino quando siamo malati il sintomo doloroso ci indica dove dobbiamo agire per risolvere un disagio temporaneo e curare la malattia. Il dolore cronico delle malattie degenerative e terminali è una faccia completamente diversa e oscura del problema. Ma quando il dolore è considerato un problema medico da trattare in modo specifico? La percezione è estremamente variabile e soggettiva e per tentare una misurazione valida, anche se empirica, si usa una scala graduata da 0 a 7 per il soggetto dolorante e una da 0 a 10 per il medico. Questo test ripetuto nel tempo aiuta a valutare l'andamento della terapia antalgica. Ai livelli più elevati la sofferenza non è più solo un sintomo temporaneo di un morbo da sottoporre a cure specifiche, ma diventa una malattia a sè. Un sintomo più grave e più importante della causa che ne è all'origine. In questi casi è dove re di medici e di operatori sanitari farsi carico delle soffere n ze fisiche e psicologiche delle persone sofferenti e aiutarle al meglio a recuperare, per quanto possibile, una situazione di benessere e di dignità personale. Sembra scontato, doveroso e logico. Non lo è. In Italia la strada per l'introduzione e l'affermazione delle cure palliative è stata tribolata ed estremamente lunga. Ancora oggi la morte non è considerata una parte del processo biologico, da accettare e assistere come uno dei tanti eventi della vita. Un malato terminale è spesso considerato un ingombro, una perdita di tempo, un "letto" da liberare appena possibile. Allora il malato si sente ancora più solo e abbandonato a se stesso. Nella maggioranza dei casi è perfettamente cosciente della sua situazione. Oltre alla consapevolezza della morte imminente, deve affrontare disagi insostenibili e ridursi a una condizione in cui della sua personalità e della sua dignità non resta più nulla. In questi momenti il medico può svolgere un compito di altissimo valore etico, sociale e professionale. Saranno le cure che i suoi pazienti e i loro familiari apprezzeranno di più. È noto che di solo dolore si può anche morire. Si sa anche, come già accennato, che la percezione del dolore dipende dallo stato emotivo e mentale del momento. In questo la sanità e gli operatori possono fare moltissimo. Lentamente si è affermata la consuetudine di p rendersi cura delle soffere n ze fisiche e psichiche del malato nel momento terminale della sua malattia. In Europa e in Italia sono stati importanti la fondazione sia dell'European association of palliative care sia della Società italiana di cure palliative. In seguito è stata promossa come fondamentale la diffusione delle cure palliative in tutto il Paese. L'avvenimento più importante è stata la modificazione della legislazione sugli oppioidi, in modo che essi siano facilmente prescritti, reperiti e utilizzati dai malati terminali. Inoltre sono stati stanziati finanziamenti cospicui per istituire strutture di hospice, destinate a ospitare malati gravi e terminali, in ogni regione. È stato avviato anche il progetto "Ospedale senza dolore", per varare strutture e procedure che riducano la sofferenza, soprattutto nei malati cronici, all'interno dei nostri ospedali. Dopo una fase preliminare del progetto " Ospedale senza dolore", la fase formativa dovrebbe provvedere alla programmazione e all'individuazione delle risorse e degli interventi necessari per l'avvio del progetto. Dopo la fase organizzativa vera e propria è prevista una fase applicativa sperimentale in cui la rilevazione del dolore compare sulla cartella clinica. La fase applicativa di mantenimento è la verifica finale e, pur se già a regime, ha anche il compito di fornire gli aggiustamenti necessari all'intero progetto. Altri interventi programmati sono l'avviamento di corsi di formazione per operatori delle cure palliative e dovrebbe essere istituito in ogni regione un corso centrale di alta qualificazione per coloro che dirigeranno le Unità di cure palliative. Si tratta di un progetto che intende indicare un modello assistenziale specifico per le cure palliative su tutto il territorio. Si tratta di collegare in un unico percorso di cura la casa, l'ospedale e l'hospice. Il malato costituisce il vero nucleo delle Cure palliative. I medici di famiglia, gli infermieri, gli psicologi, gli assistenti sociali e spirituali, i volontari, e quanti siano necessari, lavo reranno insieme per aiutare i malati a vive re sino all'ultimo una vita dignitosa.