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Malattia di Alzheimer: prospettive europee e realtà italiana

La ricerca scientifica per una soluzione definitiva è ancora in corso e quindi diventa fondamentale gestire la malattia in un regime assistenziale integrato, con il concorso delle diverse competenze interessate


di Eolo Parodi

Il prossimo 21 settembre sarà la giornata mondiale dell' Alzheimer. L'on. Parodi, che coniuga una lunga esperienza professionale e istituzionale nella sanità del nostro Paese con quella di parlamentare europeo e, ora, di deputato al Parlamento italiano, delinea il quadro della situazione, auspicando un maggiore confronto tra l'Italia e gli altri Paesi dell'Unione europea sui temi della ricerca e dell'assistenza ai malati di Alzheimer e alle loro famiglie. All'inizio del terzo millennio si presume che l'Italia raggiungerà un obbiettivo di "speranza di vita" che si collocherà intorno ai settantasette-settantotto anni per l'uomo e agli ottantadue-ottantatrè per la donna. È una speranza, nel vero senso della parola, che nessuno avrebbe mai immaginato e che ha portato il nostro Paese ai primi posti della statistica mondiale nell'evoluzione del quadro demografico. È chiaro che tale situazione porta, come ricaduta, non solo evidenti vantaggi ma anche innumere voli problemi. E se nei Paesi più poveri l'AIDS, la tubercolosi, la malaria e altre terribili malattie uccidono un'intera generazione di giovani, nei Paesi più sviluppati, come il nostro, le patologie cronico-degenerative correlate all'innalzamento dell'età media di vita stanno assumendo un'incidenza sempre maggiore, con conseguenze d'ordine sanitario, sociale e anche economico sempre crescenti e preoccupanti. Tra queste, in particolare, la malattia di Alzheimer sta incidendo pesantemente sugli anziani e sulle loro famiglie. Questa patologia rappresenta, infatti, il disord ine mentale più frequente nell'età senile. Si manifesta, in genere, dopo i sessant'anni, e, vero problema sociale, ha un andamento gradualmente progressivo che comporta, dopo la comparsa dei primi segni, una sopravvivenza che va dagli otto ai dieci anni. La pre valenza dopo i sessantacinque anni varia dal 6 all'8 per cento della popolazione e raddoppia, successivamente, ogni cinque anni: dopo gli ottantacinque anni è presente nel 30 per cento delle persone anziane. Teniamo presente, inoltre, che si registrano, purtroppo, molti ritardi nella diagnosi corretta della malattia, le cui prime manifestazioni non sono immediatamente riconoscibili per chi non è adeguatamente preparato a farlo. Basterebbe ricordare che i fattori di rischio fondamentali sono quelli legati alla familiarità. Da ciò deriva, per esempio, la necessità di un'approfondita indagine anamnestica. Si stima che in Italia il numero dei soggetti colpiti dalla malattia sia di cinquecentomila. Teniamo conto che essa implica enormi problemi per la qualità della vita, coinvolge economicamente e moralmente l'intera famiglia e, facendo bene i calcoli, incide moltissimo sui costi sociali della collettività. Entrando nel merito di ciò che si potrebbe fare, possiamo affermare che la malattia presenta quattro aree importanti su cui porre l'attenzione: 1) la ricerca per scoprire le cause del morbo che sono tuttora sconosciute; 2) la diagnosi precoce; 3) l'assistenza integrata; 4) la copertura farmacologica. Su questi punti, il Parlamento e la Commissione Europea hanno a lungo discusso e si sono impegnati, come dimostrano documentazioni ufficiali dove si parte da un Programma Quadro per la ricerca, fino alla promulgazione di pareri e atti di riconoscimento delle tante implicazioni sociali. A oggi, però, la ricerca scientifica per una soluzione definitiva è ancora in corso e quindi diventa fondamentale gestire la malattia in un regime assistenziale integrato, con il concorso delle diverse competenze interessate per rispondere in maniera qualificata ai bisogni variabili del paziente e delle famiglie in tutte le fasi della malattia. Al tempo stesso è indispensabile investire nella formazione degli operatori per assicurare una diagnosi precoce e un intervento tempestivo. Ma come è possibile pre ve d e re un'assistenza realmente integrata? Anzitutto è necessario prevedere sul territorio una rete di servizi sanitari e sociali che metta in collegamento gli specialisti con le strutture territoriali dedicate per garantire continuità nell'assistenza e fornire orientamento, informazione e supporto qualificato alle famiglie e ai malati. All'interno di questa gestione integrata va collocata anche l'assistenza farmaceutica: esistono oggi in commercio nuovi farmaci approvati in sede europea per il trattamento sintomatico della malattia di Alzheimer. Non si tratta di farmaci risolutivi, è vero, ma sono almeno soluzioni in grado di rallentare in maniera significativa il processo di deterioramento delle funzioni cognitive, migliorando la qualità della vita di chi ne è coinvolto. L'organismo deputato nel Regno Unito ha decretato l'importanza e l'efficacia di tali farmaci; analogamente, in quasi tutta Europa, i Governi ne hanno previsto la rimborsabilità nel rispetto di una diagnosi a cura dello specialista. Per quanto attiene l'Italia, ancora una volta dobbiamo riscontrare i ritardi nella realizzazione di una rete assistenziale adeguata su tutto il territorio e la farraginosità del sistema che colloca tali farmaci all'interno di un percorso "a ostacoli", come lo ha definito la stessa associazione dei pazienti. Non è il caso di pensare invece a una strategia europea per dare una risposta omogenea e uniforme a questa tipologia di malato e alle famiglie coinvolte? * Eolo Parodi è componente della Commissione Affari sociali della Camera dei Deputati, presidente Enpam; già euro parlamentare e presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici e degli Odontoiatri.




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